Documento originale   A new assertiveness for Latin American governments

Traduzione di Laura Sala

 

 

13 Giugno 2007
International Business Times/CEPR

La nuova rivendicazione dei governi latinoamericani
Una nuova politica ed un nuovo atteggiamento si affaccia sulla scena del Sud America.

Mark Weisbrot


 

 


La nuova rivendicazione dei governi dell'America latina nei confronti degli investitori stranieri si è dimostrata oltremodo vincente finora, facendogli guadagnare miliardi di dollari in nuove entrate e permettendo a alcuni dei nuovi governi democratici di mantenere la promessa di aiuto per alleviare la povertà. Il buon senso comune fa pensare a questi cambiamenti come un risultato temporaneo dovuto all'alto costo del petrolio e di altri minerali e materie prime, e tassi d'interesse insolitamente bassi – ognuno dei quali ha dato ai paesi emergenti alternative e potere contrattuale. Ma è molto più facile che questi cambiamenti divengano istituzionali e permanenti.



I rapporti tra governi e investitori – in particolar modo corporazioni transnazionali – si stanno evolvendo rapidamente, e oggigiorno è particolarmente vero in America Latina. Il mese scorso, Bolivia, Venezuela e Nicaragua sorpresero molti degli osservatori internazionali nell'annunciare che si sarebbero ritirati dal Collegio Arbitrale Internazionale della Banca Mondiale, il Centro Internazionale per la Risoluzione delle Controversie Relative agli Investimenti (ICSID). L'ICSID è un organismo dove- mediante previo concordato – gli investitori stranieri che hanno una controversia con il governo ospitante possono sottomettere il loro caso a un arbitrato vincolante.

La posizione della Bolivia è che l'ICSID non sia un arbitro imparziale, e non ci si possa aspettare che agisca come tale, fintanto che farà parte della Banca Mondiale. Come è stato evidenziato dalla recente controversia che ha portato alle dimissioni del presidente della Banca Mondiale Paul Wolfowitz, la Banca potrà anche essere composta da 185 paesi membri, ma in realtà è dominata da Washington. La saga continua con l'amministrazione Bush che ancora una volta ha messo un socio neocon vicino al presidente Bush – ex Rappresentante U.S. per il Commercio Internazionale Robert Zoellick – a capo dell'istituzione. La Banca Mondiale ha per lungo tempo usato il suo potere – non solo quello derivante dai suoi prestiti di 23 miliardi di dollari annuali – ma anche in quanto parte di un "cartello di creditori" guidato dal Fondo Monetario Internazionale, per fare pressione sui governi in modo che vengano adottate linee politiche favorite dalle corporazioni transnazionali. Ciò include privatizzazioni e rimozione di restrizioni sulle proprietà straniere, commercio e flussi di investimento.

Il governo boliviano inoltre sostiene che ci sono altri conflitti d'interesse che consistono nell'avere il collegio arbitrale della Banca Mondiale risolvere le controversie tra governi e investitori stranieri. Pablo Solon, ambasciatore speciale boliviano per il commercio e l'integrazione, ha citato il caso Aguas de Illimani, consociata del gigante internazionale francese dell'acqua Suez. E' risultato che la multinazionale francese, parte del gruppo della Banca Mondiale, fosse uno dei maggiori azionisti di Aguas de Illimani. E' palese che la stessa istituzione non dovrebbe essere sia arbitro che parte in causa.

Il metodo ICSID, come altri simili collegi arbitrali internazionali, manca della trasparenza, garanzie costituzionali e aperture di un vero sistema giudiziario – come per esempio il nostro statunitense. E' avvolto nella segretezza e l'influenza della Banca Mondiale nella selezione degli arbitri lo rende tutto tranne che neutrale.

La Bolivia sostiene che il proprio governo, eletto da una maggioranza stanca di vedere le risorse naturali del paese prosciugate per arricchire compagnie straniere mentre il proprio paese rimane il più povero del Sud America, debba modificare le leggi in modo di abbassare lo svantaggio nei confronti dei grandi complessi finanziari. Le pretese sono fondate. Da quando il governo ha alzato i tassi sulle royalty degli idrocarburi – con la quota del governo dei più grandi giacimenti di gas salita dal 18 al 82% - ha aumentato i ricavi di quasi il 7% del prodotto interno lordo.

Il Fondo Internazionale Monetario pubblicò sui propri giornali riguardo la Bolivia che il paese si sarebbe danneggiato con l'innalzamento dei tassi sui diritti di sfruttamento – si sbagliavano, come molti degli esperti della stampa finanziaria di Washington e degli States. In questi ambienti viene dato per scontato che tutto ciò che fa piacere agli investitori stranieri è positivo per la nazione ospitante, perché attirerà investimenti dall'estero. Nello stesso modo, tutto ciò che gli investitori stranieri non gradiscono viene solitamente ritratto come un potenziale disastro.

In anni recenti non è andata così, specialmente in America Latina. A fine 2001 l'Argentina si trovò impegnata nel più grande indebitamento nazionale della storia, e molti economisti e giornalisti predissero che avrebbero pagato terribili conseguenze per molti anni a venire. Ma in realtà l'economia ebbe un declino solo per tre mesi, per poi proseguire verso una media di livelli di crescita pari quasi a quelli cinesi per gli ultimi cinque anni: l'86% annuale. Il Venezuela ha alzato le royalty agli investitori stranieri nel bacino dell'Orinoco dall'1% al 30%, e a maggio ha rivendicato una maggiore partecipazione in tutte le joint ventures con compagnie straniere. Le maggiori compagnie petrolifere – Chevron, Exxon Mobil British Petroleum, ConocoPhillips, e altre accettarono questi cambiamenti e sono ancora lì, a fare un bel po' di soldi.

Infatti ciò che sta accadendo oggigiorno in America Latina e in altri paesi emergenti è un tentativo di correggere l'estremismo che ha caratterizzato i cambiamenti della politica economica negli anni ottanta e novanta. Eccetto i fallimenti macroeconomici risultato di questi cambiamenti, una conseguenza fu quella di aver spostato seriamente l'ago della bilancia verso gli investitori esteri anziché verso lo stato.

L'avvento e l'aumento dell'uso degli "investitori per determinare la risoluzione di controversie", con gli investitori in grado di intentar causa direttamente ai governi per azioni che calpestano i loro profitti, è uno sviluppo recente. Circa i due terzi di queste azioni legali si sono verificate negli ultimi cinque anni. In modo simile, c'è stata una proliferazione dei Trattati Bilaterali sugli Investimenti (BITS), ora più di 2500, molte di queste contenenti disposizioni per l'ICSID di arbitrare controversie.

Ma pare non vi sia nessun rapporto tra l'adottare queste riforme "amiche degli investitori" e anche la quantità degli investimenti stranieri diretti che riceve una nazione, e la stessa ricerca della Banca Mondiale lo ha concluso. Per molti anni la Cina è stata in testa a tutti i paesi emergenti come beneficiario di investimenti stranieri diretti. Ma l'opzione principale per le compagnie straniere che hanno una controversia con il governo è stata quella di un arbitrato locale attraverso la stessa CIETAC (Commissione Cinese per l'Arbitrato Internazionale Economico e Commerciale).

La nuova rivendicazione dei governi dell'America latina nei confronti degli investitori stranieri si è dimostrata oltremodo vincente finora, facendogli guadagnare miliardi di dollari in nuove entrate e permettendo a alcuni dei nuovi governi democratici di mantenere la promessa di aiuto per alleviare la povertà. Il buon senso comune fa pensare a questi cambiamenti come un risultato temporaneo dovuto all'alto costo del petrolio e di altri minerali e materie prime, e tassi d'interesse insolitamente bassi – ognuno dei quali ha dato ai paesi emergenti alternative e potere contrattuale. Ma è molto più facile che questi cambiamenti divengano istituzionali e permanenti.

 

Documento originale A new assertiveness for Latin American governments
Traduzione di Laura Sala

Mark Weisbrot è condirettore del Centre for Economic and Policy Research di Washington, D.C. Le sue competenze includono crescita economica, commercio, sicurezza sociale, America Latina, istituzioni finanziarie internazionali e sviluppo. Trauduzione rivista da Alessandro Ammetto.