Documento originale   How deep shall we dig?

Traduzione di Arif Ishaq

 

 

Nov 2007
Z Magazine

Quanto dovremo ancora scavare?
Repressione e violenza in India

Arundhati Roy


 

 


Personalmente, non credo che partecipare alla mischia elettorale sia una strada per la politica alternativa. Non per la schizzinosità delle classi medie - "la politica è sporca", oppure "tutti i politici sono corrotti" -, ma perché credo che le battaglie dovrebbero essere combattute da una posizione di forza e non da una posizione di debolezza. [...] In un momento in cui l'opportunismo è tutto, quando la speranza sembra essere persa, quando tutto si riduce ad un cinico affare, dobbiamo cercare il coraggio di sognare. Per reclamare la romanticità di credere nella giustizia, nella libertà e nella dignità. Per tutti. Dobbiamo farne una causa comune, e per farlo dobbiamo capire come funziona questa grossa vecchia macchina - a favore di chi, e contro chi. Chi paga e chi ne approfitta.



Un amico del Kashmir mi ha recentemente parlato della vita in quella regione, della palude di venalità politica e opportunismo, della brutalità insensata delle forze dell'ordine, dei confini rudimentali ed osmotici di una società satura di violenza, dove i militanti, la polizia, gli ufficiali dei servizi segreti, gli impiegati statali, gli uomini d'affari e persino i giornalisti si incontrano e, piano piano, nel tempo, si trasformano l'uno nell'altro. Mi ha raccontato di aver dovuto convivere con assassinii senza fine, numeri crescenti di "desaparecidos", con i sospiri e la paura, con i rumori non confermati, con lo scollegamento pazzesco tra quello che succede in Kashmir, quello che i kashmiri sanno che sta succedendo e quello che viene detto a tutti noi. Mi ha detto: "Il Kashmir era un business. Ora è un manicomio".

Più penso a questa testimonianza, più mi sembra una descrizione appropriata di tutta l'India. Il Kashmir e il Nordest sono dichiaratamente le ali separate che ospitano i reparti più pericolosi del manicomio. Ma anche il cuore del paese, con lo scisma tra l'esperienza e l'informazione, tra quello che sappiamo noi e quello che ci viene detto, tra quello che è sconosciuto e quello che viene asserito, tra quello che è nascosto e quello che viene rivelato, tra fatto e congettura, tra il mondo "reale" e il mondo virtuale, è diventato un luogo di speculazioni infinite e di potenziale insanità [mentale]. E' un brodo velenoso, che viene rimestato e fatto sobbollire a fuoco lento, per essere poi somministrato con fini politici orrendi e distruttivi.

Ogni volta che c'è un cosiddetto attentato terroristico, il governo si precipita ad assegnare il verdetto di colpevolezza con poca o nessuna investigazione. L'incendio del "Sabarmati Express" a Godhra, l'attacco al Parlamento del 13 dicembre 2001, oppure il massacro dei Sikh per mano dei cosiddetti terroristi a Chittisinghpura nel marzo 2000, sono solo alcuni degli esempi di maggiore rilievo. (Si scoprì che i cosiddetti terroristi - poi ammazzati dalle forze di sicurezza - erano dei contadini innocenti. Successivamente, il governo statale ammise che per l'esame del DNA erano stati depositati campioni falsi di sangue). In ognuno di questi casi, l'evidenza che finalmente emerse sollevò delle domande molto inquietanti e quindi fu relegata rapidamente al congelatore. Prendete il caso di Godhra: non appena avvenne, il Ministro degli Interni dichiarò che era un complotto dell'ISI pakistana. Il VHP (Vishwa Hindu Parishad) dice che era l'opera di una folla di mussulmani con bombe al petrolio. Restano senza risposta delle domande serie. C'è una congettura senza fine. Ognuno crede quello che vuole credere, ma l'incidente viene utilizzato per montare una frenesia comunale, cinicamente e sistematicamente.

Il governo statunitense ha fatto uso di menzogne e di disinformazione sugli attacchi dell'11 settembre per invadere non uno, ma due paesi - e solo dio sa cosa ci aspetta ancora. Il governo indiano utilizza la stessa strategia, non verso altri paesi, ma verso la propria gente.

Negli ultimi dieci anni, il numero di persone ammazzate dalla polizia e dalle forze di sicurezza ammontano a migliaia. Ultimamente, diversi poliziotti a Bombay hanno parlato apertamente alla stampa di quanti "gangster" avessero eliminato su "ordine" dei loro superiori. L'Andhra Pardesh registra una media di 200 "estremisti" morti ogni anno negli "scontri". In Kashmir, con una situazione al bordo della guerra, si stima che 80.000 persone siano morte dal 1989. Migliaia sono "scomparse". Secondo i documenti dell'Associazione dei genitori delle persone scomparse, l'APDP, più di 3.000 persone sono state ammazzate nel 2003. Di queste, 463 erano soldati. L'APDP dice che da quando il governo di Mufti Mohammed Sayeed ha ottenuto il potere - nell'ottobre 2002 - con la promessa di portare un "tocco di guarigione", ci sono stati 54 morti in custodia. In questa era dell'ipernazionalismo, fintantoché le persone ammazzate potranno essere etichettate come gangster, terroristi, insorti o estremisti, i loro assassini si potranno pavoneggiare di essere crociati per l'interesse nazionale e non devono rispondere a nessuno. Anche se fosse vero (e certamente non lo è) che ogni persona che è stata ammazzata era di fatto un gangster, un terrorista, un insorto o un estremista, ciò ci direbbe solo che c'è qualcosa di profondamente sbagliato in una società che spinge così tanta gente a ricorrere a misure cosi drastiche.

La propensione dello stato indiano a intimidire e terrorizzare la gente è stata istituzionalizzata, consacrata dalla messa in vigore del "Prevention of Terrorism Act" (POTA) [Legge per Prevenire il Terrorismo] in dieci stati. E' una legge versatile, onnicomprensiva, che si può applicare a chiunque - da un agente di al-Qaida con un nascondiglio di esplosivi, ad un adivasi che suona il suo flauto sotto un albero di "neem". La genialità della POTA è che essa può essere quello che il governo vuole che sia. Stiamo vivendo grazie alla tolleranza di quelli che ci governano. Nel Tamil Nadu, [la POTA] è stata utilizzata per soffocare la critica al governo. A Jharkanda, 3.200 persone, per lo più adivasi poveri, accusate di essere maoisti, sono state schedate dalla polizia per reati definiti nella POTA. Nell'Uttar Pardesh orientale, la legge è utilizzata per porre un freno a coloro che osano protestare contro l'alienazione dei loro diritti alla terra e alla vita. Nel Gujrat e a Mumbai, è utilizzata esclusivamente contro i mussulmani. Nel Gujrat, dopo il pogrom appoggiato dallo Stato in cui 2.000 mussulmani sono stati uccisi e 150.000 sono stati cacciati dalle loro case, 287 persone sono state messe sotto accusa sulla base della POTA. Di queste, 286 sono mussulmane e uno è sikh. La POTA permette di utilizzare come testimonianza in tribunale le confessioni estorte in custodia cautelare. In effetti, sotto il regime previsto dalla POTA, la tortura poliziesca tende a sostituire l'investigazione poliziesca. E' più veloce, costa meno e assicura dei risultati.

Nel marzo 2004, ero membro di un Tribunale Popolare sulla POTA. Per due giorni abbiamo ascoltato le testimonianze struggenti di quello che succede nella nostra meravigliosa democrazia. Vi assicuro che nelle nostre stazioni di polizia c'è di tutto: da persone costrette a bere la propria urina o denudarsi, a persone umiliate, sottoposte a elettroshock, ustionate con cicche di sigaretta, sottoposte alla penetrazione con aste di ferro nell'ano, picchiate e uccise a botte.

In tutto il paese, centinaia di persone, tra cui bambini molto piccoli, accusate in base alla POTA, sono imprigionate o trattenute senza cauzione, in attesa del processo in tribunali speciali a porte chiuse. La maggior parte di coloro che sono trattenuti in base alla POTA sono colpevoli di uno di due crimini: o sono poveri - in buona parte dalit ed adivasi - o sono mussulmani. La POTA inverte la massima accettata della legge penale: che una persona è presunta innocente. Con la POTA in vigore, non puoi ottenere la cauzione fino a quando non hai dimostrato la tua innocenza rispetto a un crimine di cui non sei stato formalmente accusato. In sostanza, devi dimostrare la tua innocenza anche se non sei a conoscenza del crimine che si suppone tu abbia commesso. Questo si applica a tutti noi. Tecnicamente siamo una nazione di persone in attesa di essere accusate.

Sarebbe ingenuo pensare che si sta "abusando" della POTA. Al contrario; essa viene utilizzata proprio per i motivi per cui è stata promulgata. Naturalmente, se le raccomandazioni della Commissione Malimath venissero applicate, la POTA diventerebbe presto ridondante. La Commissione Malimath raccomanda che, per certi versi, la legge penale normale si allinei a quanto prevede la POTA. Così non ci sono più dei criminali. Solo terroristi. Davvero furbo.

Nel Jammu e Kashmir e in molti stati indiani del nordest, l'"Armed Forces Special Powers Act" [Legge di Poteri Speciali alle Forze Armate] permette non solo agli ufficiali, ma anche agli ufficiali incaricati e sottufficiali dell'esercito di fare uso della forza contro (e persino ammazzare) persone sospettate di fomentare il disordine pubblico o di portare armi. Sospette di! Nessun abitante dell'India può silludersi su quello a cui tutto questo ci porta. La documentazione sulle istanze di tortura, di scomparse, di morti in custodia, di stupri, anche di gruppo (per mano delle forze di ordine), è sufficiente per far rabbrividire chiunque. Il fatto che, nonostante tutto questo, l'India mantenga la reputazione di democrazia legittima nella comunità internazionale e tra la sua classe media è niente meno che un trionfo.

L'"Armed Forces Special Powers Act" è una versione più cruda dell'ordinanza emanata da Lord Linlithgow il 15 agosto 1942 per affrontare il "Quit India Movement" [Movimento Lascia l'India]. Nel 1958, essa era stata applicata in zone del Manipur che furono dichiarate "aree agitate". Nel 1965, tutta Mizoram - all'epoca parte di Assam - venne dichiarata "agitata". Nel 1972, la legge venne estesa a Tripura. Nel 1980, tutta Manipur è stata dichiarata "agitata". Quale altra prova ci vuole per accorgersi che le misure repressive sono controproducenti e che servono solo ad esacerbare il problema?

Opposta a questa indecente voglia di reprimere ed eliminare le persone è la riluttanza appena celata dello stato a investigare e celebrare processi anche quando ci sono testimoni in abbondanza: il massacro di 3.000 Sikh a Delhi nel 1984; il massacro dei mussulmani: a Bombay nel 1993, ed a Gujrat nel 2002 (neanche una condanna fino ad oggi); l'assassinio di Chandrashekhar Prasad, l'ex presidente dell'Unione degli Studenti dell'Università Jawaharlal Nehru; l'assassinio, 12 anni fa, di Shankar Guha Nyogi del Chattisgarh Mukti Morcha. Questi sono solo alcuni degli esempi. Testimonianze oculari e tonnellate di evidenza incriminante non sono sufficienti quando tutta la macchina statale ti è contro.

Nel frattempo, gli economisti esultanti ci informano dalle pagine di giornali aziendali che il tasso di crescita del Pil è fenomenale, senza precedenti. I negozi traboccano di merci da consumo. I magazzini del governo traboccano di grano. Fuori da questo cerchio di luce, i contadini, sommersi dai debiti, si suicidano a centinaia. Rapporti sulla fame e malnutrizione giungono da tutte le parti del paese. Ciononostante, il governo si permise di far putrefare 63 milioni di tonnellate di grano nei suoi granai. Dodici milioni di tonnellate sono state esportate e vendute ad un prezzo sovvenzionato che il governo indiano non era disposto ad offrire ai suoi poveri. Utsa Patnaik, la nota economista agraria, ha elaborato la disponibilità e il consumo di grano in India per quasi un secolo sulla base di statistiche ufficiali. Risulta che nel periodo tra i primi anni '90 e il 2001, il consumo di grano è sceso ad un livello più basso di quanto era durante gli anni della seconda guerra mondiale, inclusi gli anni della carestia in Bengala quando tre milioni di persone morirono di fame. Come sappiamo dal lavoro di Professor Amartya Sen, le democrazie non sono tenere con le morti per fame. Attraggono troppa pubblicità avversa dalla "stampa libera". Per questo, livelli pericolosi di malnutrizione e fame permanente sono oggi i modelli preferiti. Il quarantasette percento dei bambini indiani sotto i 3 anni soffre di malnutrizione; il 46 percento di essi sono ritardati. Gli studi nell'Utsa Patnaik rivelano che circa il 40 percento della popolazione rurale indiana ha lo stesso livello di consumo del grano che l'Africa sub-sahariana. Oggi, una famiglia rurale media consuma circa 100 kg di cibo in meno rispetto ai primi anni '90.

Ma nell'India urbana, dovunque andate - negozi, ristoranti, stazioni ferroviarie, aeroporti, palestre, ospedali - vedrete dei monitor televisivi in cui le promesse elettorali si sono già avverate. Dovete soltanto chiudere le orecchie al suono rivoltante dello stivale di qualche poliziotto sulle costole di qualcuno, dovete soltanto alzare gli occhi dallo squallore, dai ghetti, dalla gente spezzata, vestita di stracci, nelle strade, e cercare un monitor amico e sarete in quell'altro mondo bello. Il mondo danzante e cantante di Bollywood, fatto di spinte pelviche permanenti di indiani permanentemente privilegiati, permanentemente felici, che sbandierano la bandiera tricolore e "si sentono bene". Sta diventando sempre più difficile dire qual è il mondo reale e qual è quello virtuale. Le leggi come la POTA sono come un telecomando. Le puoi usare per spegnere i poveri, i fastidiosi, gli indesiderati.

C'è un nuovo tipo di movimento secessionista che sta prendendo piede in India. Lo possiamo chiamare nuovo secessionismo? E' un capovolgimento del vecchio secessionismo. E' quando gente che fa parte di un'economia totalmente diversa, di un paese totalmente diverso, un pianeta totalmente diverso, pretende di essere parte di questo qui. E' un tipo di secessione in cui una parte relativamente piccola della gente diventa immensamente ricca appropriandosi di tutto ciò che appartiene ad un grande gruppo di persone: terra, fiumi, acqua, libertà, sicurezza, diritti fondamentali, incluso il diritto alla protesta. E' una secessione verticale, non orizzontale e territoriale. E' l'aggiustamento strutturale reale - quello che separa India Luccicante, da India; India SpA, da India Impresa Pubblica.

E' il tipo di secessione in cui l'infrastruttura pubblica, i beni produttivi pubblici - acqua, elettricità, trasporti, telecomunicazioni, servizi sanitari, istruzione, risorse naturali - che lo stato indiano dovrebbe mantenere come un fondo fiduciario per la gente che rappresenta, beni che sono stati costruiti e mantenuti con i soldi pubblici in tante decine di anni, vengono venduti dalla Stato alle corporation private. In India, il 70 percento della popolazione, 700 milioni di persone, vivono in aree rurali. Il loro sostentamento dipende dalle risorse naturali. La campagna per strappargliele via e poi venderle come titoli ad aziende private inizia a portare all'espropriazione e all'impoverimento su una scala barbarica.

L'India SpA è sulla buona strada per essere proprietà di poche corporation e delle maggiori multinazionali. Gli amministratori di queste aziende controlleranno questo paese, la sua infrastruttura, le sue risorse, i suoi media e i suoi giornalisti, ma non dovranno nulla alla sua gente. Sono totalmente privi di responsabilità - legali, sociali, morali, politiche. Coloro che dicono che in India alcuni di questi amministratori sono più potenti del Primo Ministro, sanno esattamente di cosa stanno parlando.

Al di là delle implicazioni economiche di tutto questo, è accettabile per noi questa politica? Se lo stato indiano sceglie di ipotecare le sue responsabilità in favore un pugno di corporation, forse vuol dire che questo teatro di democrazia elettorale che si sta dispiegando tutt'attorno a noi in tutta la sua intensità è totalmente senza senso. O ha ancora un ruolo da giocare?

Il libero mercato (che è ben lontano dall'essere libero) ha bisogno dello Stato, e in maniera intensa. Man mano che la disparità tra i ricchi e i poveri cresce nei paesi poveri, gli stati si trovano il lavoro già pianificato. Le corporation a caccia di "sweetheart deals" [transazioni collusive, non-etiche tra due parti, ndt] che fruttano profitti enormi, non possono stipularli né gestire i progetti relativi senza la connivenza attiva della macchina statale. Oggigiorno, la globalizzazione delle multinazionali ha bisogno di una confederazione di governi leali, corrotti, preferibilmente autoritari nei paesi poveri per far passare riforme impopolari e per sedare le rivolte. Si chiama "creare un buon clima per gli investimenti".

In questo momento, in India, dobbiamo attraversare le torbide correnti incrociate del capitalismo neoliberale e del neofascismo a livello di comunità. Mentre la parola capitalismo non ha ancora perso completamente la sua lucentezza, la parola fascismo spesso reca offesa. Quindi ci dobbiamo domandare se stiamo utilizzando la parola con leggerezza. Forse stiamo esagerando? Si può definire fascismo quello che viviamo ogni giorno?

Quando un governo sostiene, più o meno apertamente, un pogrom contro i membri di una comunità minoritaria e 2.000 persone vengono brutalmente uccise, si può dire che è fascismo? Quando le donne di quella comunità vengono stuprate pubblicamente e arse vive, si può dire che è fascismo? Quando le autorità colludono per assicurare che nessuno venga punito per questi crimini, si può dire che è fascismo? Quando 150.000 persone vengono cacciate dalle loro case, ghettizzate e boicottate economicamente e socialmente, si può dire che è fascismo? Quando l'associazione culturale che gestisce dei campi di odio in tutto il paese, comanda il rispetto e l'ammirazione del primo ministro, del ministro degli interni, del ministro della giustizia, del ministro del dis-investimento, si può dire che è fascismo? Quando pittori, scrittori, accademici e produttori cinematografici che protestano vengono vessati, minacciati e il loro lavoro viene bruciato, vietato e distrutto, si può dire che è fascismo? Quando un governo emana un editto che richiede l'alterazione arbitraria dei testi scolastici di storia, si può dire che è fascismo? Quando le folle attaccano e bruciano gli archivi di documenti storici, quando ogni politico minore passa per uno storico e un archeologo medievale professionista, quando l'erudizione meticolosa è attaccata duramente con affermazioni populiste senza fondamenta, si può dire che è fascismo? Quando l'assassinio, lo stupro, l'incendio doloso, e la giustizia popolare è condonata dal partito al potere e dalla sua riserva stabile di intellettuali come una risposta appropriata ad un vero o presunto torto commesso secoli indietro, si può dire che è fascismo? Quando le persone della classe media e i ricchi fanno una pausa, dicono: "suvvia! silenzio!", e poi continuano con la loro vita, si può dire che è fascismo? Quando il primo ministro che presiede a tutto questo viene accolto con entusiasmo, come uno statista e visionario, non stiamo gettando le basi per un fascismo a tutto spiano?

In Russia, si dice che il passato è imprevedibile. In India, grazie alla nostra recente esperienza con testi di storia, sappiamo quanto sia vero questo. Ora tutti gli "pseudo-laici" sono ridotti a sperare che gli archeologi che stanno scavando sotto la Babri Masjid non trovino le rovine del tempio di Ram. Ma anche se fosse vero che c'è un tempio indù sotto ogni moschea in India, cosa c'era sotto il tempio? Forse un altro tempio indù per un altra divinità. Forse una stupa buddhista. Molto probabilmente un sacrario adivasi. La storia non iniziò con l'induismo savarna, vero? Quanto scaveremo ancora? Quanto dobbiamo ribaltare? E com'è che mentre i mussulmani - che sono socialmente, culturalmente ed economicamente una parte inalienabile dell'India - sono chiamati stranieri ed invasori e sono bersagliati crudelmente, il governo è impegnato a firmare accordi e contratti corporate di aiuto allo sviluppo con un governo che ci ha colonizzati per secoli?

Quindi, come può la gente normale rispondere all'assalto di uno stato sempre più violento? Lo spazio per la disobbedienza civile nonviolenta si è atrofizzato. Dopo aver lottato per diversi anni, molti movimenti popolari di resistenza nonviolenta si sono trovati davanti ad un muro e giustamente pensano che sia ora di cambiare direzione. Le idee su quale deve essere questa direzione sono fortemente polarizzati. Ci sono alcuni che pensano che la lotta armata sia l'unica strada rimasta. Lasciando da parte il Kashmir e il Nordest, grosse strisce di territorio, interi distretti in Jharkhand, Bihar, Uttar Pardesh e Madhya Pardesh sono controllati da coloro che sostengono questa idea. Altri pensano di dover partecipare alla politica elettorale - introdursi nel sistema e negoziare dal di dentro. La cosa da ricordare è che anche se i loro metodi differiscono radicalmente, tutti credono, detto in maniera un po' cruda, che quando è troppo è troppo.

Attualmente, in India nessun dibattito è più cruciale di questo. Il suo risultato, nel bene o nel male, cambierà la qualità di vita in questo paese. Per tutti. Ricchi, poveri, rurali, urbani.

La lotta armata provoca un aumento massiccio della violenza di Stato. Abbiamo già assistito alla palude in cui ci ha trascinato in Kashmir e nel Nordest. Quindi, facciamo quello che il nostro primo ministro ha suggerito? Rinunciare al dissenso e buttarci allo sbaraglio nella politica elettorale - entriamo a far parte "road show"? Partecipiamo allo scambio di insulti privi di senso, che nascondono quello che è altrimenti un consenso quasi assoluto? Non dimentichiamo che su ogni tema importante - bombe nucleari, grosse dighe, la controversia della Babri Masjid, le privatizzazioni - il Congress Party ha piantato i semi e il BJP mietuto il raccolto immondo.

Cioò non significa che il parlamento non serve, o che le elezioni dovrebbero essere ignorate. Naturalmente, c'è una differenza tra un partito apertamente razzista con tendenze fasciste e un partito opportunisticamente razzista. Naturalmente c'è una differenza tra una politica che predica l'odio, apertamente e con orgoglio, e una politica che mette la gente l'uno contro l'altro in maniera furba.

Personalmente, non credo che partecipare alla mischia elettorale sia una strada per la politica alternativa. Non per la schizzinosità delle classi medie - "la politica è sporca", oppure "tutti i politici sono corrotti" -, ma perché credo che le battaglie dovrebbero essere combattute da una posizione di forza e non da una posizione di debolezza.

I bersagli del doppio assalto del fascismo identitario e del neoliberismo sono le comunità dei poveri e delle minoranze. Più il neoliberismo forza la separazione tra i ricchi e i poveri, tra l'India Brillante e l'India, più diventa sempre più assurdo che un qualsiasi partito politico pretenda di rappresentare gli interessi sia dei ricchi che dei poveri, perché gli interessi degli uni possono essere rappresentati solo a prezzo di quelli degli altri.

Il partito politico che rappresenta i poveri sarà un partito povero. Un partito con fondi piuttosto miseri. Oggigiorno, non è possibile correre per le elezioni senza fondi. Eleggere un paio di attivisti noti al parlamento è interessante, ma politicamente non molto significativo; non è un processo che valga le nostre energie. Il carisma individuale e la politica concentrata sul personaggio non possono condurre ai cambiamenti radicali.

Comunque, essere poveri non è sinonimo di essere deboli. La forza dei poveri non sta negli interni degli uffici e dei tribunali. Si trova all'esterno: nei campi, nelle montagne, nelle valli dei fiumi, nelle strade cittadine, nei campus universitari del paese. E' lì che si dovrà negoziare. E' lì che si dovrà combattere la battaglia.

In questo momento, quegli spazi sono stati ceduti alla destra induista. Si pensi quel che si vuole della loro politica, ma non si può negare che stanno lì fuori e stanno lavorando sodo. Mentre lo Stato rinuncia alle sue responsabilità e ritira i fondi dai settori della sanità, della pubblica istruzione, dei servizi essenziali, la fanteria del Sangh Parivar si è data una mossa. Oltre a decine di migliaia dei loro "shakha", che vanno disseminando una propagando mortale, essi gestiscono le scuole, gli ospedali, le cliniche, i servizi di ambulanza, la protezione civile. Loro capiscono l'impotenza. Capiscono anche che la gente, in modo particolare la gente impotente, ha dei bisogni e dei desideri, che non sono solo bisogni quotidiani, ma anche bisogni emotivi, spirituali e ricreativi. Hanno disegnato un crogiolo orrendo in cui la rabbia, la frustrazione, l'indegnità della vita quotidiana - e i sogni di un futuro diverso - possono essere decantati e instradati verso mete funeste.

Nel frattempo, la sinistra tradizionale, "mainstream", sogna ancora di "prendere il potere", ma rimane stranamente inflessibile, senza voglia di vedere i tempi. Si è auto-assediata, e si è ritirata in uno spazio intellettuale inaccessibile dove argomenti antichi vengono proferiti in un linguaggio arcaico, comprensibile a pochi.

Gli unici che presentano una qualche sembianza di una sfida all'offesa del Sangh Parivar sono i movimenti di resistenza dal basso, sparsi per tutto il paese, che combattono l'espropriazione e la violazione dei diritti fondamentali causati dal nostro modello attuale di "sviluppo". Molti di questi movimenti sono isolati, e nonostante le accuse feroci di essere degli "agenti, finanziati dall'estero", lavorano senza soldi e senza risorse. Sono dei magnifici vigili del fuoco. Hanno le spalle al muro, ma hanno le orecchie per terra e sono in contatto con la triste realtà. Se potessero connettersi, se fossero sostenuti e rinforzati, potrebbero diventare una forza da tenere in conto. La loro battaglia, quando sarà combattuta, dovrà essere una battaglia idealistica e non di rigida ideologia.

In un momento in cui l'opportunismo è tutto, quando la speranza sembra essere persa, quando tutto si riduce ad un cinico affare, dobbiamo cercare il coraggio di sognare. Per reclamare la romanticità di credere nella giustizia, nella libertà e nella dignità. Per tutti. Dobbiamo farne una causa comune, e per farlo dobbiamo capire come funziona questa grossa vecchia macchina - a favore di chi, e contro chi. Chi paga e chi ne approfitta.

Molti movimenti di resistenza nonviolenta, che combattono in tutto il paese delle battaglia isolate su temi singoli, hanno capito che il loro tipo di politica, una politica di interessi specifici, che aveva il suo tempo ed una ragione d'essere, non è più sufficiente. Che sentano di essere stati messi in un angolo e di essere inefficaci non è sufficiente come motivo per abbandonare la strategia della resistenza nonviolenta. E', in ogni caso, un motivo sufficiente per intraprendere un'introspezione seria. Abbiamo bisogno di una visione. Dobbiamo assicurare che quelli di noi che dicono di volere reclamare la democrazia siano egalitari e democratici nei loro stessi metodi di funzionamento. Se la nostra lotta dovrà essere idealistica, non possiamo veramente fare concessioni per le ingiustizie interne che perpetriamo gli uni sugli altri, sulle donne, sui bambini. Per esempio, quelli che combattono il razzismo non possono far finta di non vedere le ingiustizie economiche. Quelli che combattono le dighe o i progetti di sviluppo non possono eludere i temi del razzismo o della politica delle caste nella loro sfera di influenza - anche al costo di un insuccesso a breve termine nella loro campagna specifica. Se cediamo sule nostre convinzioni per l'opportunismo e la convenienza, non c'è nulla che ci separa dai politici "mainstream". Vogliamo la giustizia; deve essere la giustizia e i diritti uguali per tutti - non solo per i gruppi di interesse speciale con pregiudizi di interesse speciale. Questo non è negoziabile.

Dobbiamo guardare in alto e discutere urgentemente delle strategie di resistenza, combattere battaglie vere e infliggere danni reali. Dobbiamo ricordare che la Marcia di Gandhi non era semplicemente un bel teatro politico. Era un colpo alle fondamenta economiche dell'Impero britannico.

Dobbiamo ridefinire il significato della politica. La "Ong-izzazione" delle iniziative della società civile ci sta portando nella direzione totalmente opposta. Ci sta depoliticizzando. Ci sta facendo diventare dipendenti dall'aiuto economico e dai depliant. Dobbiamo re-immaginare il significato della disobbedienza civile.

Forse ci serve un parlamento ombra, eletto al di fuori del Lok Sabha, senza il cui sostegno e affermazione il parlamento non può funzionare facilmente. Un parlamento ombra che produca un tamburellio sotterraneo, che metta in comune l'intelligenza e l'informazione (che sono sempre meno disponibili nei media "mainstream"). Senza paura, e in maniera nonviolenta, dobbiamo disabilitare le parti funzionanti di questa macchina che ci sta consumando.

Siamo a corto di tempo. Mentre parliamo, il cerchio della violenza si sta restringendo. In un modo o nell'altro, il cambiamento avverrà. Potrà essere sanguinolento, oppure bello. Dipende da noi.

 

Documento originale How deep shall we dig?
Traduzione di Arif Ishaq

Arundhati Roy è l'autrice di War Talk, Power Politics e The Checkbook and the Cruise Missile (South End Press). Questo articolo si trova in "An ordinary person's guide to Empire (South End Press) [Guida all'Impero per la gente comune]" ed è stato presentato ad Aligarh Muslim University (Aligarh, India) il 6 aprile 2004.