Documento originale   Kinship Vision

Traduzione di Barbara Cerboni

 

 

19 Maggio 2006
Znet | Activism

Una "vision" per la famiglia
Seconda parte

Cynthia Peters


 

 


Una parte del problema è la questione della forma della famiglia. In una società migliore la famiglia dovrebbe poter assumere diverse forme -- e l'intromissione pubblica dovrebbe essere minima. Quello che invece compete alla sfera pubblica è assicurarsi che ogni nuova generazione possa contare su qualcosa di più che la propria famiglia, agendo decisivamente sulle modalità con cui il sessismo riproduce se stesso.



Segue dalla prima parte

3. Una sana sessualità è potente, ma nessuno viene sottomesso. E' sempre un'esperienza sicura, anche se può causare dolore.

Quando ero al college, le mie amiche lesbiche politicamente corrette erano solite scherzare su come cercassero di avere rapporti sessuali politicamente corretti. Facevano dei turni in cui ognuna si metteva "sopra" per cinque minuti. Ma il sesso non è un'assemblea politica, dove tutti devono avere un uguale opportunità di parlare, né un insieme bilanciato di mansioni dove vengono equamente ripartiti compiti empowering o non empowering. Secondo me nel sesso si elaborano sentimenti profondi, gratificanti, e anche dolorosi che riguardano la vulnerabilità, la forza, l'essere dominati o il non esserlo. Forse vi metterete eternamente "sotto", la vostra anima gemella è un amante affettuoso che si mette "sopra", e avete rinunciato da tempo ai cronometri. Forse rimanere sospesi lungo la linea tra piacere e dolore è esattamente ciò che vi eccita di più, e voi e il vostro partner ve lo siete comunicato nel modo giusto, e così a volte provate squisitamente dolore, ma senza essere delle vittime.

Indipendentemente dal tipo di società che un giorno creeremo, la sessualità potrà sempre aiutarci a risolvere danni fisici ed emotivi.

Ho un amica che ha avuto un terribile incidente d'auto quando era piccola. Il fratello è morto e lei ha avuto delle gravi ustioni su buona parte del corpo. Il dolore fisico ed emotivo di questa esperienza emerge con evidenza nella sua vita. Una volta mi ha detto di avere un piercing sulle grandi labbra (o era il clitoride?). Sono rabbrividita. "Non fa male?" ho chiesto. Lei non ha risposto con un semplice si o no, ma piuttosto raccontandomi che lei ha da tempo una complicata relazione con la sofferenza, con la perdita, e con il proprio corpo plasmato, operato e trattato in vari modi. In quel momento della sua vita usava la sessualità, in particolare un piercing sui genitali, per elaborare quella relazione con il dolore. Non pretendo di capire alla perfezione, ma sostengo la sua scelta espressiva.

In un libro che ho letto sul Borneo, lo scrittore descrive la pratica maschile di conficcarsi sul pene delle spine o dei bastoncini (o qualcosa!) per aumentare il piacere della donna durante il rapporto. Presumibilmente questo sarà stato deciso con le loro donne, e loro saranno state d'accordo sul fatto che ne avrebbero tratto beneficio (da parte mia sto di nuovo rabbrividendo).

La regola d'oro "Fa agli altri ciò che vorresti sia fatto a te" non si applica nella sfera sessuale. Non è detto che gli altri abbiano il desiderio di fare a voi quello che voi fareste agli altri. Non potete forzare nessuno, ed è giusto che sia così. La sessualità dovrebbe dispiegarsi in uno spazio emozionale aperto, con meno proibizioni possibile. Se ciò che qualcuno fa nella sua vita privata vi mette a disagio, voi potete scegliere di non farlo.

Tuttavia, potrebbe essere utile fermarsi e prestare attenzione a ciò che ci causa disagio. Ci potrebbe essere qualcosa da imparare, e da scambiarsi. Non esprimere giudizi non significa spegnere il cervello. Se ci sta a cuore il prossimo, dovremmo essere al suo fianco. Ad esempio, io potrei essere disposta ad ascoltare la mia amica che affronta i suoi problemi con il dolore. Potrei essere quello che a volte viene chiamato "testimone imparziale" (si veda Carnes), cioè qualcuno che offre un confronto con la realtà, un abbraccio affettuoso, la disponibilità a dare una diversa prospettiva, se l'altra persona vuole questo. In una società in cui scambi privati di questo tipo fossero favoriti, e magari incoraggiati con tutti i mezzi a disposizione (scuola, mezzi di informazione, etc.) forse sarebbe meno probabile avere la tendenza a ricreare le proprie sofferenze nei rapporti sessuali. O almeno sarebbe possibile fare scelte più autentiche in merito.

4. Una sana sessualità si apprende dalla famiglia, dalla società e dalla cultura, se queste istituzioni accettano diversi modi di sentire e di esprimersi, ma se affermano anche la necessità di un equilibrio tra diritti e responsabilità.

Non importa che tipo di società creeremo un giorno, può darsi che non ci libereremo mai completamente degli stupri, degli abusi sessuali, della coercizione. I progressisti dovrebbero lottare per un sistema giudiziario forte ed equo che garantisca una protezione legale, ma la prima difesa contro questi crimini dovrebbe essere l'esistenza di istituzioni -- la famiglia, le scuole, il posto di lavoro, la comunità civica -- in cui le persone possano fare esperienza dei loro diritti e di assumersi delle responsabilità sugli altri. Nella famiglia, nella comunità, al lavoro, nella sfera politica, la gente dovrebbe avere sempre opportunità di soddisfare i propri desideri e bisogni, e di assicurarsi che anche gli altri lo facciano.

Così, se nel vostro posto di lavoro, ad esempio, avete assimilato il principio secondo cui le decisioni dovrebbero essere prese dalle persone che ne sono più influenzate, allora avete una certa pratica con questo concetto. E' un principio giusto, valido sia in camera da letto che nel luogo di lavoro. Se avete un'esperienza sessuale che coinvolge soltanto voi, allora avete il 100% del potere decisionale. Via libera. Se però i vostri desideri riguardano il vostro partner, dovrete regolarvi in modo da permettere cambiamenti e ingerenze da parte sua. Se vi eccitasse moltissimo dare spettacolo in strada, nudi, con piume di pavone nei capelli, bhè, il vostro gesto riguarda tutte le persone costrette a guardarvi, e quindi non siete solo voi che dovete decidere.

In una società migliore, tutti i modi in cui praticheremo solidarietà, equità e diversità in tutte le varie sfere della vita, forniranno il più grande disincentivo ai comportamenti violenti, coercitivi, o anche solo inappropriati, in merito di sesso e sessualità. Si insegnerà come agire secondo questi principi, e si utilizzeranno queste conoscenze anche nelle relazioni private e nel ruolo di mentori, "testimoni imparziali", genitori, colleghi, membri della comunità.

5. Una sana sessualità richiede del lavoro (mi manca una parola migliore). Chiamiamola intenzionalità.

Penso che in noi sia insita una certa concezione secondo cui il sesso e la sessualità scaturiscono, nostro malgrado, da profondi bisogni biologici, in particolare negli uomini, oppure sono associati a svenevolezze romantiche, in particolare nelle donne. Di sicuro, il sesso ha qualcosa a che fare con la biologia, e il piacere sessuale può essere legato all'amore, ma si può anche essere un po' più *intenzionali*! Forse questa è la ragione per cui questi miti persistono, per *impedirci* di essere intenzionali nella nostra sessualità. E' così imbarazzante, dopotutto. E' molto più facile delegare il sesso a qualche abietta parte di noi su possiamo dire di non avere controllo.

Ho un'amica che recentemente mi ha confessato di non avere più impulso sessuale, oberata dalla maternità, da un lavoro a tempo pieno, e dalle richieste della famiglia e della comunità. Però ne sentiva la mancanza. Le ho suggerito di provare a leggere della letteratura erotica, e vedere se riusciva a riaccendere il suo interesse. Sembrava scandalizzata. Forse pensava di non poter fare nulla di sua propria volontà. Ma ci sono molte cose che possiamo fare per vivere appieno la nostra sessualità, e in una società migliore, questo sarebbe da auspicare e da sostenere.

Ci sarebbe una grande varietà di letteratura erotica, film e musica. Ci sarebbero gruppi di sostegno, manuali, consultori, amici, e abbastanza *tempo* per non perdere contatto (!) con questa importante parte di voi stessi.

Ma quando dico "grande varietà", dovremmo stabilire sicuramente dei parametri. Che dire se qualcuno vuole sperimentare pratiche sessuali che altri considerano oppressive? Questo solleva la questione della pornografia e la lunga e disgustosa storia del potere maschile usato per soggiogare la donna (e a volte i bambini) e renderla oggetto di piacere, spesso con la violenza. Forse in un'economia partecipativa questo problema sarebbe in parte risolto. Le donne non avrebbero bisogno di essere schiave sessuali del marito per motivi economici; non avrebbero bisogno di guadagnarsi da vivere prostituendosi; sarebbe costantemente ribadita l'autonomia e l'inviolabilità delle donne e di tutto ciò che le riguarda. Inoltre, gli uomini non avrebbero bisogno di usare il corpo della donna per dimostrare la propria mascolinità.

E se invece lo stupro esistesse ancora? Se ci fosse qualche impulso (che la nostra società migliore non ha ancora messo in evidenza) negli uomini a vedere le donne come "altro", che li spinge all'abuso sessuale e allo stupro? Non c'è bisogno di dire che qualunque tipo di sesso non consensuale sarebbe illegale. Ma che dire della pornografia o di opere erotiche che suggeriscono o mostrano scene di sesso non consensuale con l'esplicito proposito di indurre eccitazione? Ovviamente determinati atti (come il sesso non consensuale) potrebbero e dovrebbero essere proibiti, ma dovrebbero essere proibite le fantasie, i racconti, le immagini?

Per rispondere a queste domande abbiamo bisogno di estendere il dialogo a tutta la società. Abbiamo bisogno di gente che sia positiva e assertiva in materia di sesso -- per valutare i parametri importanti nella questione. Nel suo sito web, Susie Wright (l'esperta di sesso), accenna a certa pornografia davanti a cui non sapeva se piangere o masturbarsi. Chiaramente, per avere un'"intenzionalità" sessuale estesa a tutta la società, dovremo esplorare esattamente questa zona grigia per capire quali sono le caratteristiche di un'"intenzionalità" sessuale positiva.

Cura ai bambini e agli anziani, cura reciproca

I costi della divisione sessista del lavoro sono alti e, nella società che vogliamo, in tutti gli ambiti (politico, economico, comunitario e familiare) dovremmo trovare dei modi per non permettere al sessismo di emergere nelle nostre istituzioni e pratiche quotidiane. La famiglia è il luogo in cui i bambini hanno le loro prime esperienze con un comportamento differenziato a seconda del sesso.

In una società migliore, le persone potrebbero puntare ad avere insiemi bilanciati di mansioni all'interno della famiglia, in modo da assicurare che i compiti tipicamente assegnati alle donne, come l'assistenza, risultino equamente suddivisi. Anche se le famiglie riuscissero ad avere controllo sulla suddivisione di questi compiti, potrebbe ancora esserci della pressione sulle donne perché facciano di più della loro giusta parte nel ruolo (in gran parte invisibile) di madri. I costi di questo squilibrio sono alti. Le donne affinano l'altruismo che sembra essere parte integrante dell'essere madre. Il loro radar è finemente calibrato per cogliere e rispondere ai bisogni degli altri. Gli uomini, al contrario, sembrano essere in grado di schermare parte delle richieste di aiuto che ricevono. Hanno più tempo per se stessi.

Non c'è nulla di sbagliato in nessuna di queste due qualità; in realtà, sono entrambe necessarie. Tutti i genitori, sia uomini che donne, hanno bisogno di tempo per essere sempre presenti e in sintonia con i loro bambini. Hanno anche bisogno di pause, di prendersi cura di se stessi e/o fare qualcos'altro oltre al genitore. Il problema di queste qualità è l'essere monopolizzate (o quasi) da un sesso o dall'altro.

Come potremmo fare in modo che, in una società migliore, tutti abbiano equamente accesso all'assistenza, nel senso i darla e di riceverla? L'economia partecipativa (si vedano i lavori di Michael Albert e Robin Hahnel in www.parecon.org) delinea in grande dettaglio un'organizzazione lavorativa di una società migliore, tale che potere e capacità decisionale non risultino ingiustamente concentrati nelle mani di pochi. Nell'ambito della famiglia dovremmo fare uno sforzo di questo tipo. Come potremmo organizzare la vita famigliare per assicurare che il lavoro assistenziale non sia concentrato nelle mani delle donne?

I principi guida di una società pareconiana risolverebbero buona parte del problema di squilibrio tra i sessi al di fuori della famiglia. In un'economia partecipativa, se ci fosse una qualche diseguaglianza di reddito, sarebbe a favore di coloro che svolgono i lavori più noiosi e difficili. Non ci sarebbe il problema di donne dipendenti finanziariamente dagli uomini, quindi verrebbe a cadere una delle cause principali della sistematica pressione sulle donne ad accettare situazioni domestiche ingiuste o squilibrate. La struttura delle istituzioni assicurerebbe un uguale accesso ai processi decisionali, quindi donne e uomini avrebbero uguale esperienza nell'assumere ruoli di responsabilità. L'economia partecipativa creerebbe, al di fuori della famiglia, una pressione del sistema a porre uomini e donne sullo stesso piano anche all'interno della famiglia, ma non sono sicura che questo sarebbe sufficiente, data la natura intima e profondamente sessuata dell'assistenza domestica.

Una parte del problema è trovare una soluzione strutturale alla questione della forma della famiglia. Una cosa che spero per una società migliore è che la famiglia possa assumere diverse forme -- e che l'intromissione pubblica sia minima nello stabilire cosa sia giusto o sbagliato su queste diverse forme. [Si tenga presente però quello che ho detto sui gruppi o reti di sostegno pubblici che offrono modi per discutere di questioni famigliari con altre persone, per avere loro commenti e punti di vista.]. Certe cose dovrebbero ovviamente essere proibite, come trascurare i bambini, abusarne, etc. Ma quello che spero è nessuno voglia prescrivere il modo in cui le persone scelgono di amarsi, di prendere impegni reciproci, di crescere figli insieme oppure no, di invecchiare insieme, etc. Spero che vengano accettati diversi modelli, che si abbia fiducia nel fatto che le modalità con cui la gente può interagire positivamente, a breve e lungo termine, siano pressoché infinite.

Non vorrei neppure prescrivere un'uguale suddivisione di compiti materni e paterni nelle coppie eterosessuali. Anche se si potesse dimostrare che un'equa suddivisione di questi ruoli tra i sessi eliminasse nella prossima generazione il monopolio delle donne sui compiti assistenziali, non sosterrei comunque questo punto di vista. Chi sono io (e questo vale per tutti) per sapere ciò che è giusto e saggio per ogni data famiglia in ogni data epoca? Quando un bebè è appena nato, la madre che lo allatta farà gran parte del lavoro di madre. Questo è ovvio ed è dettato dalla biologia (assumendo che il bambino sia allattato al seno). I padri possono contribuire in molti modi alle cure del bambino in questo contesto, quindi non è detto che lo squilibrio sia enorme, ma rimane il fatto che la madre che allatta entrerà in sintonia con i bisogni basilari del suo bambino in modo diretto e biologico, ed è improbabile che un uomo possa sperimentare la stessa cosa. Forse la madre sceglierà di non allattare, e forse sarà il padre la persona che si prenderà principalmente cura del bambino, sperimentando quindi il legame intenso che deriva dalla sintonia costante con i bisogni di un bebè. O forse i genitori si divideranno equamente questo lavoro, e potrebbero anche dividerlo con altri.

Non compete alla sfera pubblica decidere come le famiglie organizzano questi ruoli.

Ma compete alla sfera pubblica assicurarsi che ogni nuova generazione possa contare su qualcosa di più che la propria famiglia. Perché questo contribuirà a rendere indipendente dal sesso il lavoro di assistenza, agendo decisivamente sulle modalità con cui il sessismo riproduce se stesso. Socializzare il lavoro di assistenza, preservando la libertà individuale nelle famiglie, comincerà ad intaccare le strutture famigliari sessiste, promuovendo allo stesso tempo la loro diversità (si veda New Family Values di Karen Struening). E' un processo che continuerà per generazioni e che richiederà (ovviamente) sforzi anche in altre sfere della società, ma dovrebbe essere un punto cruciale su cui concentrare l'attenzione se vogliamo una società non sessista in tutti i livelli della vita quotidiana. Ecco cinque ragioni per cui dovremmo socializzare il lavoro di assistenza:

1. I bambini rappresentano il futuro

La prossima generazione -- che i figli siano vostri oppure no -- erediterà i nostri problemi e le nostre vittorie collettive. Dovrà decidere che fare della spazzatura che ci lasciamo dietro. Dovrà scoprire come conservare i tesori che avremo creato. Si prenderà cura di noi quando saremo vecchi. Il suo compito è andare avanti. Non solo è diritto di questi bambini nascere in una società che si prende cura di loro, ma noi stessi faremmo meglio ad auspicarcelo, per il nostro interesse.

2. C'è bisogno del contributo delle donne nella sfera pubblica.

Faremmo anche meglio ad auspicarci di trovare modi efficaci per rendere il lavoro di assistenza non più prerogativa di un solo sesso. Il fatto è che se le donne svolgono una parte preponderante di questo lavoro, saranno più stanche e meno partecipi in altri ambiti, e così perderemo il loro contributo. Proprio come alcuni gruppi di persone possono non essere pronte a partecipare a causa di un lavoro degradante, così non può esserci vera democrazia se altre persone sono deprivate del sonno o sopraffatte dalla responsabilità che comportano le cure assistenziali. La democrazia ci è cara non solo per il principio secondo cui tutti *dovrebbero* avere voce in capitolo, ma perché il minimo che ci serve per la costruzione di un mondo migliore sono proprio l'immaginazione e i desideri collettivi.

3. Indipendentemente da come si organizzano le famiglie nel suddividere i compiti di assistenza, ogni persona dovrebbe accedere a tali compiti tramite istituzioni pubbliche, nello stesso modo in cui dovrebbe accedere ad un lavoro empowering.

Michael Albert e Robin Hahnel sostengono che un insieme bilanciato di mansioni dovrebbe comprendere un'equa suddivisione di lavoro empowering e non empowering, in modo che ciascuno ne possa trarre beneficio e partecipare ai processi decisionali. Ma che succede se in questa suddivisione non si tiene conto di un altro tipo di lavoro -- l'assistenza?

L'assistenza non è né noiosa né empowering. E' tutte e due le cose, e nessuna delle due. Richiede sia energia creativa che infinita pazienza. Forma una categoria a parte, perché chi fornisce assistenza, benché svolga spesso compiti ripetitivi e noiosi, ha una posizione di responsabilità nei confronti del benessere emotivo della persona di cui si sta prendendo cura. Questa responsabilità è stata fatta cadere ingiustamente sulle donne. Nancy Folbre in The invisibile Heart definisce il "lavoro di cura" come lavoro "svolto su base personale, tra persone che di solito si chiamano per nome, per motivi che includono affetto e rispetto... gran parte di questo lavoro è svolto per conto dei familiari... di solito, anche se non sempre, è esplicitamente presente la dimensione della compassione" (p. xi).

Il lavoro di assistenza dovrebbe essere condiviso tramite strutture pubbliche, altrimenti la pressione biologica/sessuale che ne determina una monopolizzazione da parte delle donne avrà la meglio. Non possiamo imporre dei comportamenti nella sfera privata famigliare, ma possiamo far sì che tutti gli individui, indipendentemente da chi siano stati generati e allevati, possano svolgere lavoro di assistenza, e imparare da questa esperienza, affinando le proprie competenze.

Sarebbero tutti impegnati nell'assistenza reciproca? Probabilmente no. Alcune persone potrebbero non essere disposte a farlo, e queste persone potrebbero contribuire in altri modi indiretti all'assistenza. Ma la mia idea è che quasi tutti potrebbero partecipare in modo diretto. Data la grande varietà di questi compiti, non sarebbe difficile soddisfare tutti. Cambiare un pannolino, allenare una squadra sportiva, insegnare a giocare a scacchi, formare un apprendista al lavoro, o semplicemente mettere a disposizione un paio di braccia per il bambino dei vicini in caso di necessità: sono tutti modi di soddisfare dei bisogni umani.

In questo modo, tutti i giovani potrebbero svolgere vari tipi di compiti assistenziali. Ne avrebbero esperienza come di un'attività slegata dal sesso, e crescendo, riuscirebbero a perseguire meglio le proprie inclinazioni e propensioni in questo campo, perlomeno in modo non predefinito dal sesso.

4. Più le attività assistenziali sono socializzate, meno sono invisibili.

Un altro vantaggio di includere le attività assistenziali negli insiemi bilanciati di compiti è che diventerebbe strutturalmente impossibile per tali attività risultare invisibili. Questo non equivale a dire che tutti devono contribuire a crescere i figli di tutti, ma che devono partecipare alla creazione di spazi educativi sicuri e amorevoli in cui crescere la generazione ventura. Che devono essere parte della rete che assicura il soddisfacimento dei bisogni di tutte le persone, e sapere come funziona l'attività assistenziale. Questo migliorerà i processi decisionali, esattamente come quando, suddividendo compiti ripetitivi ed empowering, si migliorano le decisioni sull'organizzazione lavorativa, essendone direttamente coinvolti.

Una società che vede la cura dei bambini come responsabilità collettiva, e che crea istituzioni per suddividere le attività assistenziali, prenderà decisioni migliori sull'organizzazione della vita quotidiana, dell'economia, della politica, e così via (ora sto parlando dei bambini, ma chiaramente ci sono altre fasce di età e tipologie di persone che beneficiano delle attività assistenziali. In realtà, non riesco a immaginare tipologie o gruppi di persone che non ne traggono beneficio).

5. Infine, se le prossime generazioni riceveranno cure (in qualche forma) da tutti gli adulti, le attività di assistenza diventeranno sempre meno centrate sulla donna.

Anche in una società che ammette diversi tipi di famiglia, sono le donne a partorire e allattare i bambini. Questa spinta biologica, da sola basterà ad assicurare che un maggior numero di donne si occuperanno, in gran parte, della cura nei primi mesi o anni di vita dei bambini. Questa potenzialità delle donne come principali erogatrici di cure, tuttavia, non deve significare che le attività assistenziali siano viste o vissute come "lavoro da donne". Gli uomini possono cucinare per le donne che allattano. Persone che svolgono, come parte del loro insieme bilanciato, sostegno e cura di famiglie con neonati, si occuperebbero soprattutto di assistere la madre e/o gli altri membri della famiglia, facendo pulizie, cucinando, avendo cura dei fratelli, leggendo a voce alta, mettendo musica, prevenendo l'isolamento della neo madre, e così via.

Se la società favorisse una permanenza delle persone anziane nelle famiglie, queste potrebbero fornire un altro grembo, un altro paio di braccia, oppure cantare delle ninne nanne: queste sono grandi risorse per una famiglia con un neonato.

All'esterno di tale famiglia, i suoi componenti potrebbero trovare sostegno emotivo. Potrebbero esserci persone che tengono d'occhio i parchi giochi, aiutando a risolvere litigi, controllando che non vi siano rischi, applicando eventuali medicazioni, accompagnando i bambini a casa quando sono stanchi. Con un numero sufficiente di insegnanti, precettori ed educatori, i fratelli più grandi tornerebbero a casa rilassati e fiduciosi, e non con un disperato bisogno della madre.

La madre che allatta è solo un componente di un'elaborata rete di assistenza. I bambini che crescono in questo contesto percepirebbero l'attività assistenziale come neutra rispetto al sesso, anche se essa è, almeno in parte, determinata dalla biologia (come nel caso dell'allattamento al seno). I figli imparerebbero a svolgere attività di assistenza sia dagli uomini che dalle donne. E queste attività sarebbero considerate una parte importante del lavoro di ciascuno di noi. Questo indipendentemente dalla forma della famiglia -- mamma sola, genitori eterosessuali, genitori omosessuali, genitori multipli, famiglie estese, qualunque cosa.

Molte domande e molte idee rimangono....

Le relazioni famigliari potrebbero essere organizzate secondo una struttura annidata (prendendo a prestito i termini da Steve). La società sosterrebbe la famiglia, la famiglia estesa, e la famiglia superestesa, facendo in modo che le attività assistenziali siano svolte in questo contesto piuttosto che essere socializzate come ho suggerito prima.

Interessante l'idea di Lydia Sargent (di cui mi ha parlato personalmente e per e-mail) di "insiemi bilanciati di vita", anziché "insiemi bilanciati di compiti": lo scopo è un equilibrio che comprenda la partecipazione a tutte le sfere della vita, senza considerare necessariamente come punto di partenza il lavoro retribuito.

E le attività di assistenza dovrebbero essere remunerate?

E in quali altri modi possiamo spingere, in modo istituzionale e sistemico, una sfera privata come la famiglia verso l'uguaglianza, la giustizia, la diversità?

Quali forme di protezione individuale dovremmo avere nella ricerca di nuove pratiche e linee guida nella vita privata?

Grazie a tutte le persone che hanno parlato con me di questi argomenti o che hanno fatto commenti sulle varie stesure di questo articolo: Michael Albert,Paul Kiefer, Justin Podur, Lydia Sargent, Steve Shalom, e Karen Struening. Inoltre, mentre cercavo di mettere insieme queste idee ho letto i seguenti libri:

  • Allison, Dorothy, Talking About Sex, Class and Literature

  • Carnes, Patrick, Sexual Anorexia: Overcoming Sexual Self-Hatred

  • Folbre, Nancy, The Invisible Heart: Economics and Family Values

  • Muscio, Inga, Cunt: A Declaration of Independence

  • Struening, Karne, New Family Values: Liberty, Equality, Diversity

  • Thurer, Shari, The Myths of Motherhood: How Culture Reinvents the Good Mother

     

    Documento originale Kinship Vision
    Traduzione di Barbara Cerboni

    Questo è un articolo praparatorio per la prima sessione di ZMagazine su Vision e Strategia, che si terrà a Woods Hole, in Massachusetts, dal 1° al 7 Giugno 2006. A queste sessioni partecipano attivisti da tutto il mondo per condividere idee ed esperienze di vision e di strategia sociale. Questa versione è solo una bozza...