Documento originale   Using Bhutto for Imperial Gain

Traduzione di Arif Ishaq

 

 

16 gennaio 2008
Z Net

Bhutto al servizio dell'Impero

Steve Lendman


 

 


Oggi, i principali media la dipingono come una leonessa, ma omettono il suo lato nero: come Primo Ministro bramava il potere, era arrogante e sprezzante, ignorava i poveri e le donne pakistane, permise l'applicazione di leggi atroci, lasciò l'esercito libero di agire, anche sulle armi nucleari, e considerò il Pakistan un feudo personale. ... La Bhutto faceva inconsapevolmente parte del piano, ma non nel modo in cui l'aveva pianificato lei. Credeva che servisse a Washington, e aveva ragione – ma non come Primo Ministro, piuttosto come martire per destabilizzare il paese e frammentarlo nel caso il piano funzionasse.



Fino al momento della sua morte, Benazir Bhutto ha guidato il Pakistan People's Party (PPP) [il Partito del popolo pakistano] in qualità di “presidente a vita”. Era la figlia privilegiata dell'ex-Presidente ed ex-Primo Ministro pakistano, Zulfikar Ali Bhutto, impiccato nel 1979 - probabilmente su ordini di Washington - e rimpiazzato da un dittatore militare, il Generale Muhammad Zia-ul-Haq. Questi, poi, sopravvisse alla fine della sua utilità e morì in un “misterioso” incidente aereo che potrebbe essere stato organizzato dalla CIA, permettendo alla Bhutto di diventare Primo Ministro nel 1988.

La Bhutto volle l'incarico per vendicare la morte del padre, e lo ottenne due volte; la prima Primo Ministro donna in uno stato islamico – prima dal 1988 al 1990, e successivamente dal 1993 al 1996. Alla fine, era troppo furba, e questo le costò la vita. Perse, pensando di aver stretto un accordo vincolante con l'amministrazione Bush, l'occasione per ritornare al potere per la terza volta come numero due di Parvez Musharraf e come faccia democratica – una foglia di fico – nelle elezioni previste per l'8 di gennaio, ma ora posposte. Il 6 di novembre poteva aver avuto ragione nel tornare dal suo esilio auto-imposto; allora, come in questo momento, il paese era in subbuglio; e Washington organizzò un accordo per la condivisione del potere (così era sembrato) per restituire la stabilità dopo la seguente serie di eventi:

  • Nel mese di marzo, Musharraf sospese il Giudice Supremo del Pakistan, Iftikhar Mohammad Chaudhry, con la falsa accusa di “illecito ed abuso d'autorità”, e fece uso di quella accusa per togliere di mezzo un ufficiale chiave che probabilmente avrebbe bloccato il suo piano per un altro mandato di cinque anni come Presidente, coprendo contemporaneamente, e illegalmente, il ruolo del vero potere di Comandante Supremo dell'Esercito.

  • La risposta fu il risentimento dei partiti di opposizione, delle organizzazioni di avvocati e dei gruppi per i diritti umani. Essi dichiararono l'azione incostituzionale e si sollevarono contro di lui.

  • Il 6 di ottobre, Musharraf tenne un'elezione farsa, come tutte le altre in un paese in cui la democrazia è una barzelletta. L'elezione fu gestita dai militari, chiaramente una cosa incostituzionale. Musharraf vinse tutti i voti parlamentari, tranne cinque, e fece piazza pulita nel ballottaggio per la Assemblea provinciale.

  • Successivamente, la Corte Suprema del Pakistan dichiarò che non si poteva annunciare alcun vincitore fino a quando [la Corte stessa] non avesse stabilito se Musharraf poteva aspirare all'incarico congiuntamente al suo ruolo di Comandante dell'Esercito. Costituzionalmente non può. Le proteste dilagarono; da allora il paese è in uno stato di subbuglio e Musharraf ha perso ogni credibilità.

  • Quella fu la chance per la Bhutto di ritornare, di ottenere di nuovo quell'incarico che aveva già ottenuto altre due volte, e pensò che fosse tutto organizzato dai suoi alleati a Washington. Forse sì, forse no. Non importava se veniva usata: per essere una faccia democratica e un'appendice della dittatura di Musharraf. Ma qualsiasi cosa fu, fu sicuramente cambiata prima del 27 di dicembre, senza che la Bhutto lo sapesse. Ora lei non c'è più e a novembre scorso Musharraf ha nominalmente trasferito il suo incarico di Capo dell'Esercito al suo stretto alleato, il Generale Ashfaq Kayani. A metà dicembre, ha anche sollevato lo stato di emergenza per sei settimane, prima delle elezioni previste per l'8 gennaio e posposte a causa dell'assassinio della Bhutto al 18 febbraio, ultima data nota al momento della scrittura di questo articolo.

Oggi la Bhutto è più grande da morta di quanto non fosse mai stata da viva, si parla di lei con riverenza, come di una populista, e il suo figlio diciannovenne, Bilwal (allievo di Oxford), è ora alla guida del PPP come figura leader ed alfiere di terza generazione della dinastia familiare, assieme a suo padre, Asif Zardari, co-presidente e leader di fatto. Nel seguito, torneremo su di lui.

Chi era la Bhutto e perché è importante

Chi era questa donna? Perché merita l'attenzione mondiale? E perché un altro articolo quando tanti sono stati già scritti ed altri sono probabilmente in scrittura? La Bhutto era un'aristocratica, privilegiata in ogni senso, cresciuta in opulenza come la figlia istruita-ad-Harvard-e-Oxford di un padre ricco e proprietario terriero che aveva fondato il partito principale dell'opposizione (Pakistan People's Party, PPP) e che la Bhutto ha guidato dopo la sua morte.

Quando era in carica, non era certo una democratica in un paese guidato dai militari da quando è stato artificialmente creato nel 1947. Le elezioni, quella rara volta che vengono tenute, sono manipolate. E l'esercito lavora per Washington come uno stato vassallo, in una nazione che è nota come un esercito con un paese, non un paese con un esercito. Il suo potere militare conta su 550,000 soldati, 70,000 unità tra aeronautica e marina, e 510,000 riservisti che danno mano forte con armi in abbondanza - fornite dagli Stati Uniti per la “Guerra globale al terrorismo”.

Oggi, gli agenti dell'FBI girano liberamente per le strade, il Pentagono opera da basi militari pakistane e ha di fatto il controllo del suo spazio aereo come parte dello stato permanente di quella guerra dell'amministrazione Bush che “non finirà nel corso delle nostre vite”. Il Pakistan è uno stato cliente, ma non ha scelte. Dopo l'11 settembre, il Vice Segretario di Stato, Armitage, ammonì Musharraf ad obbedire o essere dichiarato una potenza ostile e “bombardata fino a tornare all'età della pietra”. Lui raccolse il messaggio, e anche una ricompensa multi-miliardaria.

Anche la Bhutto conosce il gioco, e il “New York Times”, in un servizio speciale del 30 di dicembre, intitolato: “Come la Bhutto conquistò Washington”, ha spiegato che lei “ha sempre capito Washington più di quanto Washington non capisse lei”. La sua relazione ebbe inizio nella primavera del 1984 alla sua prima “visita importante” al Campidoglio. All'epoca cercò di persuadere l'amministrazione Reagan che l'avrebbe servita meglio una volta al potere, ma per farlo aveva bisogna di superare la reputazione anti-occidentale di suo padre. Con parecchio aiuto ci riuscì, assicurando ai membri del Congresso che era con loro e che sosteneva la guerra di Washington all'Unione Sovietica in Afghanistan.

Con tutti i suoi difetti, aveva anche dei punti di forza. E “The Times” la descrisse come: “totalmente affascinante”, molto bella, e una donna “che sapeva adulare i senatori”, capire le loro preoccupazioni, e servire gli interessi statunitensi meglio del Generale Zia-ul-Haq, l'uomo che aveva impiccato suo padre. Allo stesso tempo, cominciò a lavorare con l'Executive Director del Democratic National Committee, Mark Siegel, il quale poi fece lobby per il suo governo quando era Primo Ministro. Precedentemente l'aveva guidata attraverso le aule del Congresso, l'aiutò a sviluppare delle relazioni, e le fece capire che per andare d'accordo doveva concordare.

Lei lo capì rapidamente. E questo fece di lei il Primo Ministro nel dicembre 1988 quando si candidò all'incarico, vincendo con un certo margine, ma non con la maggioranza, e fece sì che gli ufficiali dell'amministrazione Reagan "lavorassero" il presidente ad interim del Pakistan affinché potesse formare un governo. Secondo un informatore a Washington, fu “il risultato diretto della sua attività di tessere la rete, della sua capacità di persuadere l'establishment di Washington, la comunità della politica estera, i media e i think tank, che era una democratica”, una moderata, e che sosteneva l'agenda statunitense sull'Afghanistan contro i sovietici. Retorica pubblica a parte, fu a bordo sin da allora, ma pagò con la propria vita per non aver capito come opera Washington: come tutti gli stati canaglia – usando dei leader, e quelli aspiranti tali, poi disfacendosene.

Alla fine, non fu importante se sopravvisse alla doppia estromissione dall'incarico con accuse di corruzione o che riuscisse a coesistere con l'esercito ed il servizio di sicurrezza del paese, l'ISI, che erano molto diffidenti di lei. Fino a quando la sua fortuna non si spense, mantenne dei legami con Washington e con le persone chiave dei media. Si dava bene alla politica e “capiva la natura della vita politica, vale a dire di restare in contatto con personaggi (chiave) sia che sei in potere o meno” e farli sapere che li sostieni.

Come altri della sua stessa statura, si affidava ad un'azienda di relazioni pubbliche per organizzare i suoi incontri con i potenti, e aveva delle risorse abbondanti per farlo. “Continuò con la sua attività di tessere la rete”, ma pagò con la vita. Cercò di convincere Washington che la “guerra al terrorismo” di Musharraf era fallita, che lei la poteva condurre meglio, come alleata leale, e che avrebbe eliminato gli elementi estremisti (vale a dire i Talebani e al-Qaida) tramite uno sforzo determinato per mantenere la pressione.

Suonava bene, ma era rischioso e pericoloso. L'esercito pakistano vi si oppone, specialmente le truppe. Uno sforzo intenso assicura l'indignazione del pubblico. Distruggere i Talebani beneficia l'India. E il risultato di tentare e poi fallire potrebbe incoraggiare le loro forze, cosa che l'occupazione statunitense ha imparato in Afghanistan. Alla fine, Washington e l'ISI pakistana potrebbero aver concluso che la Bhutto era più un problema che una risorsa, e che quindi se ne doveva andare. Le cose culminarono il 27 di dicembre. Lei è ora una martire, più grande da morta di quanto non lo fosse viva.

Tuttavia, non era così quando era Primo Ministro, quando il suo ufficio era segnato da nepotismo, opportunismo, complotti, corruzione, malgoverno e servaggio all'Occidente. La sua popolarità iniziale sparì, specialmente quando si venne a sapere delle attribuzioni di suo marito, un uomo d'affari. Asif Zardari era noto come “il Signor Dieci Percento” (per alcuni come “il Signor Trenta Percento”) perché pretendeva una parte delle commesse in quanto sposo del Primo Ministro, e in alcuni casi voleva di più.

Si diceva che fosse coinvolto anche nel traffico di droga, e fu pure indagato per questo. Con la moglie al potere, accumulò miliardi, incluso ciò che derubò ai fondi pubblici, cosa eccessiva persino per gli standard pakistani e sufficiente perché il presidente del paese cacciasse la Bhutto dopo 20 mesi in carica. Se era colpevole in persona o meno, non è importante. Come Primo Ministro fece di suo marito un ministro del gabinetto, gli diede carta bianca per elargire dei favori in cambio di tangenti di cui doveva essere a conoscenza per forza, non esiste alcun indizio che vi si oppose, e godette delle ricchezze sia quando era al potere che dopo.

Ciononostante, la Bhutto ebbe la sua seconda chance. Ritornò come Primo Ministro nel 1993 per altri tre anni, ma di nuovo fu cacciata con accuse di corruzione e di incompetenza ancora più gravi rispetto al suo primo mandato – questa volta dal Presidente Farooq Leghari, un membro del PPP e che lei pensava alleato. Certamente aveva ragione poiché le somme precedentemente rubate erano un prologo alla fortuna che lei e il suo marito (come Ministro degli Investimenti) accumularono nel secondo mandato.

Era sufficiente perché Trasparency International, un gruppo indipendente di scrutinio, dichiarasse il Pakistan come il secondo paese più corrotto del mondo nel 1996 (l'ultimo anno della Bhutto in ufficio). Le costò anche la condanna in Svizzera per riciclaggio di denaro e per delle mazzette, e fece di lei una fuggitiva con cariche pendenti in Spagna, in Gran Bretagna e nel nativo Pakistan. Questo fino a quando Musharraf non ha firmato una “ordinanza di riconciliazione” sostenuta dagli Stati Uniti, l'ha assolto da tutte le accuse pendenti, e le ha permesso di ritornare e presentarsi per la terza volta per il posto di Primo Ministro come parte di un accordo di ripartizione del potere tra lei il suo numero due.

Il mandato precedente della Bhutto aveva anche un'altra caratteristica. Era allora che l'esercito pakistano e l'ISI stabilirono i Talebani con l'aiuto segreto della CIA. Il legame esiste ancora, e nel settembre 2006, in un'udienza del Comitato per le relazioni estere del Senato, il Generale James Jones, ex Comandante Supremo della NATO (che era il controllore delle operazioni USA-NATO in Afghanistan), testimoniò che era “generalmente accettato” che i leader talebani operassero da Quetta, Pakistan, la capitale della provincia di Baluchistan, confinante con l'Afghanistan e l'Iran.

Musharraf ed altri ufficiali pakistani lo negano, ma non si può nascondere il fatto che nulla di significativo avviene in Pakistan senza la conoscenza e/o il consenso di Washington. Non è nemmeno un segreto il fatto che l'ISI pakistana è un ramo della CIA, e che le loro attività regionali sono strettamente collegate. La Bhutto era a bordo, ma quale alternativa aveva?

Per tutto questo tempo, lei fu una figlia del privilegio, si comportò come tale, e si godette la bella vita che i miliardi permettono. Oggi, i principali media la dipingono come una leonessa, ma omettono il suo lato nero: come Primo Ministro bramava il potere, era arrogante e sprezzante, ignorava i poveri e le donne pakistane, permise l'applicazione di leggi atroci, lasciò l'esercito libero di agire, incluso sulle armi nucleari, e considerò il Pakistan il suo feudo personale. La sua casa era una magione da 50 milioni di dollari costruita su 110 acri, e regnò come un barone feudale. La famiglia ancora possiede una tenuta di 350 acri nel Regno Unito con tanto di pista per l'elicottero e maneggi per i pony da polo, una magione a Dubai, due proprietà in Texas, sei in Florida, altre case in Francia, e grossi conti correnti strategicamente dislocati in tutto il mondo, inclusi Stati Uniti e Francia.

Dal momento della morte di sua padre fino alla sua, la Bhutto ha tenuto dei legami stretti con Washington, la CIA, l'esercito pakistano, il suo ISI, e anche con i Talebani (stabiliti nel suo secondo mandato), “l'Islam militante” e con gli interessi del “Big Oil”. Era una servente del potere e intascò i miliardi per i suoi servigi. Alla fine, perse e pagò con la propria vita il 27 di dicembre.

Chi ha ucciso la Bhutto e perché

La Bhutto è ora morta, colpita alla nuca da uno o più assassini oltre agli effetti di una bomba suicida che ha causato la morte di una dozzina o più persone e che ha ferite numerose altre che le stavano attorno. E' successo a Rawalpindi, “non una città qualsiasi”, come spiega Michel Chossudovsky. E' la sede dell'esercito pakistano, il suo ISI legato alla CIA, ed è di fatto la sede di potere del paese. Chossudovsky aggiunge: “Ironicamente, la Bhutto è stata assassinata in un'area urbana fortemente controllata e protetta dalla polizia militare e dalle forze d'élite del paese”.

Rawalpindi ed Islamabad - la capitale del paese - sono città sorelle, distanti nove miglia. Sciamano di operatori dell'intelligence, inclusi la CIA, e Chossudovsky sottolinea che l'assassinio della Bhutto “non è stato un evento casuale”. Si perde il punto dando la colpa ad al-Qaida, ma è così che queste cose funzionano. Sono ancora più chiare quando vengono mandati in onda dei video convincenti, come quello del 30 di dicembre [mandato in onda] da Channel 4 nel Regno Unito. Esso ha ridimensionato la storia ufficiale ed ha esposto Musharraf come un mentitore – che la Bhutto morì per una frattura del cranio “quando [lei] fu scaraventata dalla forza dell'onda d'urto (dell'esplosione) (e) una leva del tetto (della sua auto) le colpì”.

Il video lo contraddice. Si vede un uomo, senza barba e con occhiali da sole e un'arma nascosta, che la fissa da lì vicino e il kamikaze sospetto, vestito di bianco dietro di lui. L'uomo armato poi si avvicina alla macchina della Bhutto e spara tre colpi a bruciapelo. Subito dopo, il kamikaze fa detonare la bomba ammazzando e ferendo dozzine di persone nel vicinato.

La domanda allora non è chi l'ha ammazzata, ma chi ha ordinato il suo assassinio, e chi ne approfitta? Musharraf ha subito additato il solito sospetto, al-Qaida, ma ha ignorato l'osservazione di William Engdahl nel suo articolo del 4 di gennaio su “Global Research” intitolato: “Assassinio della Bhutto: chi guadagna?”. Engdahl a osservato quanto siano ben protetti i leader politici in genere, e che quindi non è una cosa semplice ammazzarli. “È necessario l'addestramento delle agenzie professionali di intelligence per portare a termine il lavoro”, e nessuno può rivelare né chi l'ha ordinato né per quale motivo.

Engdahl dice anche che dare la colpa ad al-Qaida serve a Musharraf e a Washington. Aumenta la paura nel pubblico, incita alla “guerra al terrore”, e fornisce delle giustificazioni per continuare. Rafforza anche il mito di al-Qaida e anche quello di bin Laden come “nemico numero uno”, e ignora l'evidenza che la CIA creò entrambi negli anni '80 per la guerra contro gli sovietici nell'Afghanistan. E' altrettanto reticente sulla possibilità che bin Laden fosse morto, ammazzato (come la Bhutto disse a David Forst l'autunno scorso) da Omar Sheikh, che il “London Sunday Times” descrive come “non un terrorista comune, ma un uomo che ha dei legami che vanno alti nelle élite militari e di intelligence pakistane e dentro i cerchi più interni” di bin Laden e di al-Qaida.

Se fosse vero, un bin Laden morto rovinerebbe la dottrina della sicurezza nazionale di Washington, che ha bisogno di nemici per impaurire il pubblico, eliminerebbe “il nemico numero uno” e smaschererebbe i nastri strategicamente rilasciati da bin Laden come frodi made-in-Washington. Oggi ci viene detto che i terroristi islamici guidati da bin Laden mettono l'Occidente in pericolo, ma allo stesso tempo li utilizziamo per i guadagni imperiali, come abbiamo fatto contro gli sovietici, nei Balcani, e che ora stiamo facendo in Iraq, in Iran, in Afghanistan ed altrove. Se gli agenti di al-Qaida hanno ammazzato la Bhutto, vuole dire che l'ISI pakistana e la CIA erano coinvolte; e quale cosa è più probabile di questo? Dimenticatevi la teoria dell'uomo solitario con il fucile, un terrorista dal grilletto facile o un singolo assassino anti-Bhutto. Prendete in considerazione “cui prodest”, esaminate l'evidenza, ed essa punta a Washington e ad Islamabad.

Oggi in Pakistan abbondano gli intrighi, e il paese è destabilizzato, come ha osservato Michel Chossudovsky nel suo articolo del 30 di dicembre su “Global Research” intitolato: “La destabilizzazione del Pakistan”. Assassinare la Bhutto contribuisce ad essa, e Chossudovsky vede un “cambio di regime” nel futuro, sponsorizzato dagli Stati Uniti. Musharraf è così debole e discreditato che “la continuità sotto un regime militare non è più la spinta principale della politica estera statunitense”. Il regime di Musharraf “non può prevalere”, e il piano di Washington è di “promuovere attivamente la frammentazione e la balcanizzazione politica del Pakistan quale nazione”.

Da questo emergerà una nuova leadership che sarà “condiscendente”, “non avrà alcun impegno verso l'interesse nazionale (pakistano)”, e sarà remissivo agli “interessi imperial degli Stati Uniti, mentre indebolisce contemporaneamente il governo centrale (e rompe) la fragile struttura federale del Pakistan”.

Come parte dell'agenda ampliata di Washington sul Medio Oriente–Asia Centrale, questo ha perfettamente senso. Il Pakistan è uno stato chiave di frontiera, uno “snodo geopolitico”, con un ruolo centrale nel gioco della “Guerra globale sul terrorismo”. [L'agenda] include la “balcanizzazione” del paese a la Jugoslavia, nello stesso modo in cui è ideata per l'Iraq, l'Afghanistan e l'Iran – una semplice strategia di dividere e conquistare. Chossudovsky aggiunge: “la continuità, caratterizzata dal ruolo dominante dell'esercito e dell'intelligence pakistani (che ha funzionato fino ad ora), è stata stracciata a favore della rottura politica e la balcanizzazione”. Il piano è quello di fomentare “divisioni sociali, etnici e di fazioni, la frammentazione politica, inclusa la frattura territoriale” del paese.

E' una comune strategia statunitense sostenuta in segreto dall'intelligence. Considerate l'articolo del 6 di gennaio, apparso sul “New York Times”, intitolato: “Gli USA pensano ad una nuova missione segreta nel Pakistan” per sfruttare la morte della Bhutto. [L'articolo] dice che i consiglieri senior di sicurezza nazionale (inclusi Dick Cheney, Condoleezza Rice e il Joint Chief Chairman, l'Ammiraglio Michael Mullen) potrebbero “ampliare l'autorità della CIA e dell'esercito perché conducano delle operazioni segrete molto più aggressive nelle aree tribali del Pakistan” contro al-Qaida e i Talebani per contrastare i loro sforzi di “destabilizzare il governo pakistano”.

L'articolo dice che Musharraf e l'esercito sono d'accordo, dà i soliti motivi, ma omette quello che è veramente in gioco, anche se ammette che Musharraf è impopolare e che un intervento degli Stati Uniti potrebbe “provocare un potente colpo di coda popolare contro” entrambi i paesi.

Chossudovsky riempie i vuoti e spiega che la strategia statunitense punta ad innescare “un conflitto etnico e religioso”, a spalleggiare e finanziare “dei movimenti secessionisti, mentre indebolisce” il governo di Musharraf. “L'obiettivo più ampio è quello di smantellare lo stato-nazione ... ri-tracciare i confini dell'Iraq, dell'Iran, della Siria, dell'Afghanistan e del Pakistan”, e sostituire Musharraf nel processo. Egli è impopolare, ha danneggiato le cose e deve andare via.

La Bhutto faceva inconsapevolmente parte del piano, ma non nel modo in cui l'aveva pianificato. Lei credeva che servisse a Washington, e aveva ragione – ma non come Primo Ministro, piuttosto come martire per destabilizzare il paese e frammentarlo nel caso il piano funzionasse. E potrebbe [frammentarsi], poiché gli elementi secessionisti interni sono potenti, specialmente nella provincia di Baluchistan, ricca di energia (per di più il metano), e gli “indizi” indicano che sono sostenuti dalla “Gran Bretagna e dagli Stati Uniti”. L'idea è di creare un “Grande Baluchistan” integrando le aree Baluci con quelle in Iran e in Afghanistan meridionale.

Chossudovsky spiega che non è stato “accidentale se nel 2005 il rapporto del National Intelligence Council e della CIA ha previsto un 'destino a la Jugoslavia' per il Pakistan” attraverso la “cattiva amministrazione economica”, creata internamente ed esternamente. Ricordate anche che il paese si era già diviso nel 1971 quando l'East Pakistan diventò Bangladesh in seguito a mesi di guerra civile e contro l'India, e che costò un milione o più in vite umane. I pakistani potrebbero dover affrontare di nuovo quella prospettiva man mano che i piani statunitensi si dispiegano.

La prospettiva futura rimane incerta

Restano degli interrogativi grossi, e quelli chiave sono: funzioneranno i piani di frammentazione? chi emergerà con sufficiente sostegno popolare da condurla? il pubblico la sosterrà? Non avranno alcun incentivo per farlo una volta la rabbia sulla morte della Bhutto si sarà placata, e i sondaggi recenti mostrano un'opposizione pubblica schiacciante all'interferenza forzata degli Stati Uniti o di altri paesi stranieri, qualcosa che potrebbe tranquillamente fare parte del piano stesso. In fin dei conti, i loro punti di vista non contano, e può accadere lo stesso tramite degli intrighi politici e la forza brutale guidata da Washington.

Notizie precedenti all'assassinio della Bhutto puntano in quella direzione. Esse suggeriscono che forze speciali ed altre, statunitensi, sono già operative in Pakistan, e l'estate e l'autunno scorso il Comandante delle Operazioni Speciali degli Stati Uniti, l'Ammiraglio Erci Olson, aveva concordato con Musharraf e con l'esercito pakistano di aumentare notevolmente il loro numero all'inizio dell'anno in corso. Un altro fatto immischiato è quello riportato dal “New York Times” a novembre, che “[gli] Stati Uniti sperano di utilizzare le tribù pakistane contro al-Qaida” nelle “aree di frontiera” del paese.

Il piano è simile all'impegno nella provincia di al-Anbar nell'Iraq con l'utilizzo di mazzette e di armi per cercare di finalizzare un accordo che ora sembrerebbe essere concluso. A questo alludeva il Comandante del Comando Centrale, l'Ammiraglio William Fallon, in un'intervista rilasciata di recente al “Voice of America”, dicendo che eravamo pronti a fornire “addestramento, assistenza e mentori, grazie alla nostra esperienza con le insorgenze”, ma ha lasciato fuori le mazzette che fanno parte di questi accordi.

Dove porterà tutto questo è degno di speculazione, ma considerate uno speciale del “Wall Street Journal” del 8 di gennaio. E' intitolato: “L'assassinio della Bhutto infastidisce la provincia, affondando l'invito a lasciare il Pakistan” e definisce “ultima linea di frattura in una paese fratturato, come un territorio occupato” la provincia nativa della Bhutto, il Sindh (la seconda più grande delle quattro province pakistane).

La gente che ha partecipato al funerale della Bhutto, ha cantato: “non vogliamo il Pakistan”, passando accanto alla sua tomba; e come conseguenza della sua morte, “la provincia di Sindh è stata spazzata da una rabbia nazionalista”. Molti nella provincia stanno “apertamente chiedendo l'indipendenza”, e il sostegno per la separazione è cresciuto tra i membri del PPP. Ci sono persino voci di una “insorgenza armata” con la rabbia diretta alla vicina Panjab, la provincia più grossa, dove ha sede l'esercito, l'ISI e il governo.

Il “Journal” cita Qadi Magsi, capo del movimento Sindh Taraqi Passand che dice: “la Bhutto era l'ultima speranza (per l'unità). Ora questo Pakistan si deve rompere”. L'articolo continua dicendo che quello che sta succedendo nel Sindh è già in corso nella provincia del Northwest Frontier dove l'autorità del governo centrale si è appassita negli anni recenti. In aggiunta, l'esercito pakistano è stato immischiato nell'insurrezione in Baluchistan da un po' di anni aggiungendo alla instabilità complessiva. Il tema dell'articolo del “Journal” è che i richiami all'unità stanno incontrando delle orecchie sorde, e un veterano del PPP tira le somme dicendo: “quello di cui abbiamo bisogno è la separazione”.

Questo sta proprio bene agli ufficiali dell'amministrazione di Bush; è come se l'attizzassero. E una cosa è chiara: le forze statunitensi sono nella regione per starci, e Washington, sotto qualsiasi amministrazione (democratica o repubblicana) intende dominare questa parte vitale del mondo con le sue riserve enormi di energia. La strategia sembra simile a quella del dividi e conquista utilizzata in Jugoslavia. Lì ha funzionato, ma il Medio Oriente e l'Asia Centrale non sono così semplici. Rimanete sintonizzati che molto probabilmente gli eventi si accelereranno, i media li evidenzieranno, e sembra che un conflitto sempre più aspro (e i suoi contraccolpi) è parte del piano.

 

Documento originale Using Bhutto for Imperial Gain
Traduzione di Arif Ishaq

Stephen Lendman vive a Chicago e può essere contattato a lendmanstephen@sbcglobal.net. Visitate il suo blog su sjlendman.blogspot.com.