Documento originale   Of Grasshoppers and Men

Traduzione di Fabio Sallustro

 

 

8 Febbraio 2008
ZNet

Cavallette e uomini

Khatchig Mouradian e Arundhati Roy


 

 


Oggi in India siamo sull'orlo del baratro. Come ho detto nell'articolo le cavallette sono arrivate e cercano di privare delle poche risorse i poveri portandoli lontano dalle proprie terre e dai propri fiumi. E altra gente semplicemente guarda. Gli occhi sono aperti ma guardano altrove.



Arundhati Roy è nata il 1959 a Shillong, India. Ha studiato architettura a Nuova Delhi dove attualmente risiede ed ha lavorato, sempre in India, come designer, attrice e sceneggiatrice per film. E' l'autrice del romanzo "il Dio delle piccole cose" per il quale, nel 1997, ha ricevuto il premio Booker Prize. Il romanzo è stato tradotto in molte lingue. Ha inoltre scritto numerosi saggi: "The Cost of Living" (Random House/Modern Library), "Power Politics" (South End Press), "War Talk" (South End Press), "An Ordinary Person's Guide to Empire" (South End Press) e "Public Power in the Age of Empire" (Seven Stories/Open Media).

Roy è stata la protagonista del documentario per la televisione "dam-age" (prodotto dalla BBC) il quale tratta del suo lavoro a sostegno delle lotte contro le grandi dighe ed il caso di oltraggio alla corte che l'ha costretta ad affrontare un lungo processo. Nella primavera del 2002 il dibattimento legale ha trovato il suo esito in un giorno di prigione. E' disponibile inoltre una serie di interviste con la Roy dal titolo "The Checkbook and the Cruise Missile (South End Press)".

Il 18 Gennaio 2008 ha tenuto un discorso in occasione del Hrant Dink memorial alla Bosphorus University (Istanbul). Nella sua conferenza, intitolata "Prestare attenzione alle cavallette: genocidio, negazione e celebrazione", l'autrice riflette sull'eredità lasciata da Hrant Dink e affronta la questione storica legata all'"impulso genocida": il genocidio armeno nel 1915 e l'omicidio dei mussulmani nel Gujarat, in India nel 2002.

Parlando dell'editore del giornale turco-armeno Agos Roy afferma: "Non ho mai conosciuto Hrant Dink, un dispiacere che mi accompagnerà nel tempo a venire. Da quanto ho colto di lui, da quanto ho compreso leggendo i suoi scritti, ciò che ha detto e come ha vissuto so che se fossi stata ad Istanbul un anno addietro mi sarei trovata tra le centinaia di migliaia di persone presenti al suo funerale. Avrei camminato silenziosamente con loro nelle fredde strade di questa città, portando cartelloni con sopra scritto: "Siamo tutti armeni", "Siamo tutti Hrant Dink". Forse avrei tenuto in mano il manifesto che recita: "Un milione e mezzo più uno" (riferimento al numero degli armeni morti nel genocidio)

Mi chiedo che pensieri sarebbero sorti in me camminando accanto alla sua bara. Forse sarebbe sopraggiunto il ricordo della voce di Araxie Barsamian, madre del mio amico David, mentre mi raccontava quanto era accaduto a lei ed alla sua famiglia. Aveva 10 anni nel 1915. Ricordava lo sciamare delle cavallette che sopraggiunsero nel villaggio, Dubne, posto a Nord della storica città di Dikranagert, che adesso porta il nome di Dirabakir. Gli uomini più anziani del villaggio erano allarmati, disse, perchè sentivano che le cavallette sarebbero state un cattivo presagio. Avevano ragione. La fine giunse entro pochi mesi, esattamente quando il grano nei campi fu pronto per la mietitura."

In questa intervista, condotta al telefono il 2 Febbraio, discutiamo di alcune delle questioni sollevate durante la sua conferenza e riflettiamo sul genocidio e sulla resistenza.

Khatchin Mouradian: A cosa stava pensando mentre scriveva il discorso per la commemorazione dell'omicidio di Hrant Dink?

Arundhati Roy: In questi giorni, in India, stiamo vivendo dei folli sconvolgimenti. Il genocidio e le sue celebrazioni sono nell'aria. E mi atterrisce osservare ogni giorno persone che decidono di celebrare questo genocidio. Ero molto colpita da simili espressioni di giubilo e dalla negazione in atto in Turchia. In quel momento mi chiesero di venire ad Istanbul.

Quando sono atterrata mi sono resa conto che esiste una significativa differenza tra quanto gli armeni, i turchi e tutti gli altri possono dire fuori dalla Turchia, dove è possibile essere molto diretti rispetto al genocidio degli armeni, e quanto invece può essere affermato all'interno di questa nazione dove, per esempio, Hrant Dink stava cercando di trovare un modo per dire alcune cose pur restando vivo. La sua idea era quella di esprimersi ma non certo di morire.

Ho parlato con la gente ed ero molto preoccupata: non volevo dare l'idea che sarei arrivata, avrei tenuto il discorso e sarei andata via lasciando tutti ai loro problemi. Ero desiderosa di creare un'atmosfera nella quale fosse possibile parlare del genocidio armeno. Dopo tutto questo è il progetto degli armeni che vivono in Turchia e che cercano di sopravvivere.

Allo stesso tempo rappresentavo qualcuno coinvolto profondamente nelle questioni indiane e non volevo apparire come "l'intellettuale globale" che arriva, rilascia le sue dichiarazioni ufficiali e poi fugge. Volevo legare la questione armena agli argomenti dei quali mi occupo facendo in modo di spingermi, nel discorso, sempre un po' più avanti. E questa non è una cosa facile da realizzare.

K.M.: La storia che struttura tutta la sua conferenza è legata ad una sua amica, la madre di David Barsamian. In un'intervista afferma: Credo che una storia sia come la superficie dell'acqua, da essa puoi attingere ciò che preferisci." Lei cosa ha preso dalla storia di Araxie Barsamian?"

A.R.: E' accaduto che David si trovasse in India appena prima che io partissi per la Turchia e abbiamo parlato di questo argomento. Era importante che lo conoscessi. Non sto dicendo che se non lo avessi incontrato non avrei parlato ma all'improvviso la questione era diventata personale. Discutendo con un amico parlavamo di persone che distinguevano tra politiche informative e politiche trasformative. Queste sono sciocche separazioni perchè in Turchia, per esempio, tutti sono a conoscenza di quanto accade. E' solo che il silenzio regna ovunque e non è permesso parlare. E nel momento in cui decidi di parlarne la questione diventa immediatamente trasformativa. Ho voluto esprimere il mio punto di vista attraverso le parole della madre di David invece di arrivare e dire: "Guardate, il proiettile che è stato sparato per zittire Hrant Dink mi ha costretto a venire qua a leggervi un pò di storia. Che io lo dica o che non lo dica, sappiamo tutti cosa è successo e se voi volete mantenere questo silenzio allora le persone saranno costrette a combattere per potersi esprimere, esattamente come devono combattere, in India, contro le celebrazioni del genocidio."

Questa è una cosa che un romanziere tende a fare. Il modo in cui dici quello che vuoi dire è importante quanto quello che vuoi dire. Raccontando la storia di Araxie Barsamian la storia stessa diventa viva. Puoi dire che un milione e mezzo di persone sono morte oppure puoi parlare dell'arrivo delle cavallette nel villaggio di Araxie Barsamian...

K.M.: Ha parlato della differenza che esiste tra l'affrontare il genocidio armeno fuori e dentro la Turchia. Ma nel suo discorso è abbastanza coraggiosa: non tenta di rendere implicite le cose. Al contrario invece le esprime chiaramente. Non tenta di evitare l'uso della parola genocidio...

A.R.: Quando ho cominciato a parlare del termine "genocidio", definendolo, e in seguito discutendo della storia del genocidio e di quanto stia verificandosi in India oggi (come i fascisti indiani abbiano ucciso i mussulmani) ho voluto rendere chiaro il concetto che l'impulso per mettere in atto un genocidio è un impulso che attraversa le religioni. La stessa orrenda retorica fascista che i turchi hanno utilizzato contro gli armeni è stata impiegata dai cristiani contro gli indiani, dai nazisti contro gli ebrei ed oggi dagli indù contro i mussulmani. Il genocidio è un processo molto complesso. L'impulso che lo muove non è mai stato legato ad una sola cultura o ad una sola religione. Ho parlato apertamente del genocidio armeno e della sua negazione fino al punto in cui ho ritenuto fosse possibile farlo.

Mi piacerebbe far notare che nella conferenza uno dei problemi che ho riscontrato è che molti degli studiosi che hanno affrontato il genocidio armeno nei dettagli, praticamente tutti, hanno insistito nell'affermare che è stato il primo genocidio del ventesimo secolo. Affermando questo negavano altri genocidi, per esempio quello compiuto contro la gente di Herrero nel 1904. Quindi ho cercato di parlare del genocidio armeno senza dare l'impressione che alcune vittime fossero meno importanti di altre.

K.M.: Quali sono state le reazioni?

A.R.: La cosa importante da dire è che sono stata ascoltata. Non c'è stato un blocco e non c'è stata negazione. Non hanno detto: "Ecco, adesso è arrivata una persona che ci vuole parlare del nostro passato" Questo è successo perchè non volevo solo parlare del passato della Turchia. Era il mio modo di garantirmi che la discussione sarebbe stata comunque affrontata.

Questa è stata la cosa più importante. Ne hanno preso atto e hanno riflettuto su quanto detto. Ho visto molte persone in lacrime nella sala. E spero che in qualche modo, seppur limitato e minuscolo, sia cambiato l'approccio con il quale parlare di alcuni argomenti. Forse però speculo troppo...

K.M.: Come ha fatto notare nella conferenza il genocidio e le violazioni degli elementari diritti umani ci hanno afflitto per anni e continuano a farlo. Cosa è cambiato?

A.R.: Non credo che ci sia stato un grande cambiamento nell'impulso che spinge a compiere un genocidio. La tecnologia e l'industrializzazione hanno solo dato la possibilità agli esseri umani di uccidersi in numero ancora maggiore. Ho parlato della carneficina di 2000 mussulmani in Gujarat, in India. E tutto era visibile in televisione.

Circa tre mesi addietro gli assassini sono stati ripresi mentre discutevano su come avessero deciso di attaccare la comunità mussulmana, come era stato pianificato, come la polizia fosse stata coinvolta, come avessero ucciso e di come avessero violentato. E' stato mandato tutto in televisione ed è stato utile al gruppo politico che ha sostenuto un simile crimine. Le persone che li hanno votati si sono dette: "Questo è quello che meritano". Quindi credo che la nozione di coscienza umana, di coscienza liberale, sia falsa. Oggi in India siamo sull'orlo del baratro. Come ho detto nell'articolo le cavallette sono arrivate e cercano di privare delle poche risorse i poveri portandoli lontano dalle proprie terre e dai propri fiumi. E altra gente semplicemente guarda. Gli occhi sono aperti ma guardano altrove. Ed ancora e ancora pensiamo che quando gli ebrei vennero sterminati in Germania c'era gente che portava i figli alle lezioni di piano o di violino preoccupandosi solo dei loro compiti a casa. Questa assoluta mancanza di coscienza è presente anche oggi. Nessuno appello alla propria coscienza cambierà le cose. Il solo modo in cui possa essere allontanato il disastro è che le persone vittime di tali soprusi riescano a resistere.

 

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Traduzione di Fabio Sallustro