Documento originale   The Empire Does What It Wants

Traduzione di Giancarlo Giovine

 

 

4 marzo 2003
Znet/Iraq

L'Impero fa quel che vuole.
Un'intervista di Jon Elmer a William Blum

Jon Elmer e William Blum


 


La CBS ha riferito che appena cinque ore dopo gli attacchi su Washington e New York, secondo un resoconto stenografico degli aiutanti di campo, il Segretario alla Difesa Donald Rumsfeld avrebbe detto riferendosi a Saddam Hussein: "Valutate se va bene per colpire nello stesso tempo Saddam Hussein. Non solo UBL [Osama bin Laden]. Andateci pesante. Spazzatelo su tutto. Cose attinenti o no." ("Il piano per l'attacco all'Iraq è iniziato l'11 settembre" CBS Washington 4 settembre 2002). Se non ci fosse la scusa dell'11 settembre saremmo oggi in marcia per la guerra contro Iraq?"

Avrebbero trovato un'altra scusa; è da qualche tempo che lo volevano fare. L'11 settembre ha fornito loro la scusa per fare molte cose: l'Afganistan, l'Iraq, la mano pesante sulle libertà civili in patria, la mano pesante sul "Freedom of Information Act" -ogni genere di cosa in patria come all'estero. Se non ci fosse stato l'11 settembre avrebbero trovato un altro pretesto: e nel caso dell'Iraq non è nemmeno un pretesto. Con l'Afganistan -almeno superficialmente- poteva essere usato come pretesto, perché là -stando alle supposizioni- c'era qualche connessione, ma con l'Iraq non c'è alcuna connessione coll'11 settembre.

Suggerisci che la guerra in Afganistan prima o poi ci sarebbe stata indipendentemente all'11 settembre?

Sì. Il governo USA ha negoziato con i Talebani fino a sei mesi prima o quasi dell'11 settembre per accordarsi sulla tutela di oleodotti e di gasdotti, dal Caspio all'Oceano Indiano attraverso l'Afganistan e il Pakistan. In questo erano coinvolte le compagnie petrolifere USA: la parte Usa non otteneva quello che voleva, così hanno cercato un'altra maniera per modificare le posizioni del governo in Afganistan. Così il motivo c'è sempre stato; di nuovo, avevano bisogno solo del pretesto: e l'11 settembre è un pretesto che è servito a molti scopi.

David Frum, lo scrittore canadese di discorsi che lavora per il Presidente Bush, nel suo memoriale "The Right Man" ha scritto che l'idea di "asse del male" gli è venuta in mente leggendo la reazione di Franklin Roosevelt all'attacco giapponese a Pearl Harbor. Il "promemoria base" di Frum disegnava un parallelo fra l'asse Tokyo- Roma-Berlino delle potenze della seconda guerra mondiale e la minaccia delle organizzazioni terroristiche quali al Qaeda alleate con i cosiddetti stati terroristi, Iraq-Iran-Corea del Nord (Frum, "My Radical Memo on Iraq", National Post , 3 gennaio 2003). Lo stesso rapporto che c'era fra Pear Harbor e la più grossa minaccia nazista all'epoca della seconda guerra mondiale, c'è fra al Qaeda e la più grossa minaccia dell'Iraq (che secondo Frum è la nazione della Terra più simile all'asse delle potenze della seconda guerra mondiale). E' possibile in qualche maniera prendere questa cosa seriamente?

Se a dirlo è uno che scrive discorsi per George Bush, sì, può essere preso seriamente. Dal suo punto di vista posso vedere che si adatta bene a quello che andava cercando. Ma un essere razionale umano farebbe molta fatica a credere ciecamente a tutto questo; un essere umano razionale cercherebbe qualche prova (dei legami fra Iraq ed al Qaeda): come il mondo cerca la prova di ciò da un anno a questa parte. L'abbiamo cercata e non è disponibile nessuna prova. Così penso che nessuno ora ci creda.

La politica energetica del vicepresidente Dick Cheney dà per inevitabile che a partire dal 2020 due terzi della fornitura petrolifera USA dovranno essere importati. L'Iraq è il secondo possessore mondiale di riserve petrolifere. Quanto è significativo ora il petrolio nel conflitto in Iraq?

E' assolutamente essenziale. Non è l'unica ragione, ma è certamente quella essenziale, senza la quale le altre ragioni potrebbero non essere abbastanza importanti. Il petrolio presenta al riguardo anche altri aspetti: la valuta ufficiale dell'OPEC (l'Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio) per tutte le transazioni è stata il Dollaro. Un anno e mezzo fa l'Iraq ha improvvisamente cambiato per l'Euro, che a quanto pare ha molto turbato quelli che contano negli USA, che hanno paura che l'OPEC possa cambiare ufficialmente per l'Euro. Da quanto ho letto dagli economisti, ciò sarebbe un grave colpo finanziario per gli USA e dovrebbe essere bloccato dagli USA: ciò è molto importante per loro. Se avessero la custodia dell'Iraq, come hanno apertamente ammesso nel loro piano, potrebbero facilmente rovesciare la decisione irakena e penso che l'Arabia Saudita e gli altri sarebbero in una posizione molto debole, se volessero su questo problema fare lo sgambetto agli USA. Dovrebbero continuare a mantenere il Dollaro come valuta ufficiale.

Il Pentagono ha recentemente confermato che il piano di guerra è chiamato "Shock & Awe" (Shock e sgomento) e prevede 3000 missili (di cui 800 Cruise) in 48 ore al fine di provocare un effetto Hiroshima: distruggere la volontà di combattere del nemico. Un funzionario del Pentagono ha definito il piano "senza precedenti". A fronte del lungo elenco di bombardamenti intensivi "shock and awe" attuati, per esempio, nel Sud Est asiatico o dei bombardamenti incendiari di Dresda e di Tokio è veramente senza precedenti?

Bene, in termini di potenza di fuoco, potrebbe eguagliarne la potenza. Certamente hanno i mezzi per superare quanto hanno fatto in Afganistan o in Iraq (nel 1991), o in Serbia o anche ad Hiroshima. Hanno i mezzi per raddoppiare l'effetto di Hiroshima o decuplicarlo: spetta a loro stabilire quanti ne useranno. Solamente in termini di tonnellaggio di bombe o di potenza esplosiva, comunque la si misuri, potrebbe essere senza precedenti. Ma questa non è realmente una questione importante: se è uguale o il doppio di Hiroshima, sarà una totale devastazione del popolo irakeno e penso che questa voce sia stata messa in circolazione come uno strumento in più per mettere paura al popolo irakeno e al suo governo. E' guerra psicologica.

Dopo la prima guerra del Golfo George Herbert Walker Bush ha detto che "lo spettro del Vietnam è stato sepolto per sempre nelle sabbie del deserto della Penisola Araba (U.S. Armed Forces Radio, 2 marzo 1991). La sindrome del Vietnam (cioè l'idea che una guerra che dura troppo permette il consolidarsi di un'opposizione popolare) quali effetti ha prodotto nelle tattiche di espansione dell'Impero americano?

Certamente uno dei principali effetti è nei media. Il pentagono ha imparato che se si mostrano al pubblico americano troppe immagini di contadini e di bambini morti, se le immagini sono di giorno in giorno sempre più cruente e raccapriccianti, si aiuta sicuramente la crescita dell'opposizione alla guerra. Fin dal Vietnam hanno a poco a poco, ma decisamente, limitato l'accesso dei media al campo di battaglia: di guerra in guerra è venuto diminuendo. Ora è tutto una messa in scena; permettono ai media di vedere solo quello che vogliono che vedano. Questo è un effetto del Vietnam.

Per tutto il corso della guerra hanno bombardato la Serbia notte e giorno per 78 giorni: per un lungo periodo di tempo. Bombarderanno fin quando non conseguiranno un certo effetto: la resa o la distruzione totale. Preferiscono farlo velocemente, ma non troppo velocemente, perché hanno sempre un certo numero di esperimenti da portare avanti. Per un certo aspetto queste guerre sono fatte per sperimentare le armi più nuove, perciò devono prendersi il tempo anche per questo. Gli USA se ne concederanno quanto vogliono. L'Impero farà quello che vuole. Tu ed io possiamo seguire la vicenda e fare commenti su una cosa o su un'altra, ma l'Impero farà quello che vuole.

A proposito del piano di guerra urbana dentro la città di Bagdad (5 milioni di abitanti), considerato che sarà più facile per i giornalisti accedere alle città, a fronte dell'isolamento di Tempesta del Deserto nel 1991, quando molti massacri ebbero luogo nel deserto (come quello dell'autostrada della morte fra Bassora e Bagdad), questo potrebbe rappresentare un fallimento per lo sforzo propagandistico americano?

Quello che normalmente farebbero è proprio bombardare le città fin quando ogni possibile resistenza non sia domata, poi manderebbero le forze di terra, che incontrerebbero una resistenza minima. Ma ora vogliono nello stesso tempo evitare l'incendio dei pozzi petroliferi -e altre cose come forse gli ordigni chimici e biologici- che inquinerebbero l'aria e danneggerebbero i soldati americani. Così, per prevenire questo, ho sentito dire che potrebbero procedere all'invasione con le forze di terra, anche prima della fine dei bombardamenti: ma nessuno può dire cosa accadrà. Salvo che non sarà così semplice come in passato.

Sul tema Nazioni Unite, dopo che gli USA attaccarono nel 1883 Grenada (101.000 abitanti) nonostante la decisa opposizione dell'ONU, il presidente Ronald Reagan ebbe a dire: "Un centinaio di nazioni nell'ONU non era d'accordo con noi su quanto avveniva davanti a loro e ci vedeva coinvolti, e questo non mi ha impedito di fare sonni tranquilli". Quale ruolo gioca l'ONU nei piani dell'Impero americano?

Perfino gli Imperi, perfino i dittatori vogliono essere amati, vogliono apparire legittimati. In Cile il generale Pinochet è stato al potere per 17 anni come dittatore, ma ha desiderato anche ardentemente di essere amato. Certo di vincere ha tenuto un referendum, l'ha perso ed è stato costretto ad abbandonare la carica. L'Impero USA, da un punto di vista militare, può fare quello che vuole, ma vuole anche mostrarsi in qualche maniera legittimo. Gli USA utilizzano l'ONU per questo proposito, se è possibile. Questa strada è stata perseguita a lungo in passato ed è tentata oggi. L'Impero ha pensato di poter andare avanti e fare quello che vuole in Iraq con l'appoggio dell'ONU, con l'appoggio di tutto il mondo, ma è rimasto sorpreso dall'esplosione di un'enorme opposizione: tanto da essere costretto a giocare la carta dell'ONU e tanto da non vincere la partita. Sarà interessante osservare quello che accadrà, ma non posso prevederlo.

Pensi allora che la seconda risoluzione, che gli USA stanno presentando (lunedì 24 febbraio 2002), avrà un qualche impatto sul conflitto? O se non avranno l'approvazione del Consiglio di sicurezza andranno in guerra da soli?

Certo, hanno detto che andranno alla guerra da soli. Ho appena letto un`intervista col consigliere alla difesa Richard Perle a proposito della Francia. Ha detto, persino se ponessero il veto alla nostra risoluzione ciò non di meno invaderemo l'Iraq. Ma questo va avanti da almeno un anno; c'è implicata un bel po' di guerra psicologica. Vogliono mettere paura all'Iraq. Vogliono sembrare i più duri possibile. Rifiutano di ammettere debolezze nella loro risoluzione: è tutta una commedia.

Ora parlando della più ampia regione medio orientale, gruppi israeliani per i diritti umani, quali B'Tselem, e diversi stimati osservatori della regione -Justin Huggler dell'Indipendent (Gran Bretagna) e Amira Hass di Ha'arets- hanno previsto che Israele incrementerà le sue attività militari e condurrà attacchi nei Territori Occupati mentre i media mondiali incentreranno la loro attenzione sull'Iraq. Hass è arrivato a dire che un attacco missilistico irakeno ad Israele o un sostegno palestinese a Saddam Hussein potrebbero lanciare l'espulsione di massa dei Palestinesi (Hass, "La minaccia dell'espulsione di massa" in Le Monde Diplomatique, febbraio 2003, Huggler, "Appena il mondo incentrerà la sua attenzione sull'Iraq, a Gaza si faranno pile di cadaveri", Indipendent 22 febbraio 2003). Quale pensi che sarà sui Palestinesi l'impatto della guerra contro l'Iraq?

E' molto probabile che Israele, usi questo come pretesto per il cosiddetto "trasferimento", che vuol dire con parole diverse pulizia etnica: lo spostamento in massa dei Palestinesi in Giordania, nel nuovo Iraq liberato, e chi sa dove ancora. Certamente lo vogliono, se se la caveranno solo il tempo lo dirà. La guerra sarebbe un buon pretesto, una buona copertura per questa espulsione della popolazione palestinese.

Questa intervista è condotta da Halifax la più importante città portuale del Canada. Martedì (il 24 febbraio 2003) il primo di due cacciatorpediniere canadesi partirà per il Mare Arabico, per provvedere a funzioni di "scorta" e di protezione per le portaerei americane di miliardi di dollari. Che ruolo gioca il Canada nell'espansione dell'Impero americano?

E' una foglia di fico. Ovviamente il governo USA non ha bisogno dell'aiuto di nessuno per sbaragliare militarmente qualcun altro nel mondo, ma nel bisogno di essere amati e di apparire in qualche maniera legittimati. Per questi motivi hanno bisogno del sostegno del Canada, della Gran Bretagna e di chiunque possa offrirlo. In qualche caso queste nazioni offrono un qualche aiuto militare che rende a Washington la guerra un po' più facile, ma non è essenziale; fino a pochi mesi fa avrebbero potuto tirarsi completamente fuori dall'Iraq, senza tutto questo incremento di truppe.

Hai detto che l'Impero fa quello che vuole. Il 15 febbraio decine di milioni di persone in tutto il mondo hanno manifestato in maniera unitaria contro la guerra all'Iraq. Il giorno dopo il presidente Bush ha detto che la protesta non ha avuto alcun effetto su di lui, che sarebbe stata come l'elaborazione politica di "un gruppo di studio". Questo tipo di opposizione -la più grande mai vista- non ha proprio alcun impatto tangibile sulla politica?

Certo può non fermare la guerra, ma ti dico che se gli USA conducono la guerra in presenza di un'opposizione mondiale, potrebbe benissimo essere l'inizio della fine dell'Impero. E io spero che lo sia.

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Traduzione di Giancarlo Giovine

William Blum ha lavorato per il dipartimento di Stato fino al 1967, quando la sua avversione per la guerra del Vietnam lo costrinse ad abbandonare la sua aspirazione a diventare un funzionario degli affari Esteri, E' autore di "Killing Hope: US Military and CIA Interventions Since World War II"["Uccidere la speranza: gli interventi delle forze armate USA e della CIA dopo la seconda guerra mondiale"] (Common Courage, 1995) e "Rogue State: A Guide to the World's Only Superpower"["Lo stato canaglia: una guida all'unica superpotenza del mondo"] (Common Courage, 2000). Abbiamo raggiunto William Blum telefonicamente a Washington, DC. Può essere contattato al bblum6@aol.com .
Jon Elmer è un giornalista di Halifax il cui attivismo e I cui scritti contro la guerra in Iraq hanno reso il suo status di studente di filosofia alla Dalhouise University poco più che una formalità giuridica. jelmer@dal.ca