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Documento originale Free Trade vs. Small Farmers |
Traduzione di Barbara Cerboni |
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2 Maggio 2007 Libero commercio e piccoli agricoltori Walden Bello |
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Con il moltiplicarsi delle crisi ambientali e
l'accumularsi delle disfunzioni sociali della vita industriale
urbana, il movimento contadino ha rilevanza non solo per gli stessi
agricoltori, ma anche per chiunque sia minacciato dalle
catastrofiche conseguenze degli obsoleti paradigmi modernisti con
cui sono organizzate la produzione, le comunità, la
vita. |
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Il ventesimo secolo è stato un vero flagello per i piccoli agricoltori di tutto il mondo. Sia nelle ricche economie capitaliste che nei paesi socialisti, i contadini hanno pagato pesantemente il passaggio ad un economia industriale. Nei paesi a capitalismo avanzato, come gli Stati uniti, una miscela micidiale di economie di scala, dispendiose innovazioni tecnologiche e mercato, ha fatto sì che le grosse imprese monopolizzassero la produzione e la lavorazione agricola. Le piccole e medie aziende agricole sono state relegate ad un ruolo marginale della produzione, avendo a disposizione una parte esigua della forza lavoro. L'Unione sovietica, nel frattempo, aveva preso sul serio i pungenti commenti di Marx sull'"idiozia della vita rurale", e tramite la repressione di stato, trasformava i contadini in lavoratori di aziende agricole collettive. L'espropriazione del plusvalore dei coltivatori serviva non solo a popolare le città, ma anche a fornire la cosiddetta "accumulazione primitiva" di capitale per l'industrializzazione. Oggi forse la più grande minaccia per i piccoli agricoltori è il libero commercio. E gli agricoltori resistono. Anche grazie a loro, per esempio, i negoziati di Doha del WTO sono arrivati ad uno stallo. Questo braccio di ferro tra contadini e libero commercio è visibile in modo particolare in Asia. La tripla minaccia agli agricoltori asiatici I governi asiatici hanno posto il peso dell'industrializzazione sui contadini durante la fase delle cosiddette politiche sviluppiste, che ponevano l'industria al primo posto. In Taiwan e Corea del Sud, la riforma agraria aveva portato negli anni '50 la prosperità nelle campagne, stimolando lo sviluppo industriale. Ma con il passaggio, nel 1965, ad un industrializzazione centrata sull'esportazione, aumentò la richiesta di manodopera a basso costo, e così la politica dei governi fu quella di abbassare deliberatamente i prezzi dei prodotti agricoli. In questo modo, gli agricoltori sovvenzionarono una forte espansione industriale. I redditi dei contadini diminuivano rispetto a quelli dei lavoratori cittadini, e la conseguente stagnazione di quelle che un tempo erano prosperose campagne portava ad una massiccia migrazione verso le città, fornendo una fonte costante di manodopera a basso costo per le fabbriche. I contadini rimasti nelle campagne erano per lo più poveri e anziani, e andarono a formare una parte sempre più piccola della forza lavoro nazionale. In Tailandia, per esempio, con una tassa sull'esportazione del riso che isolò il mercato interno dalle oscillazioni internazionali, il governo abbassò il prezzo del riso e ridusse il costo del lavoro non agricolo. Un trasferimento di ricchezza reale dalle campagne alle città ha così avuto luogo tutti gli anni, dal 1962 al 1981, tranne nel 1970. Non c'è da stupirsi quindi che, nonostante l'immagine della Tailandia come superpotenza agricola, un'ampia percentuale della popolazione rurale rimanga povera. In Cina, milioni di contadini morirono di fame durante il Grande Balzo in Avanti perché il governo requisiva l'eccedenza di grano per finanziare lo slancio di Mao Zedong verso un intenso sviluppo industriale. Il caos della Rivoluzione Culturale permise ai contadini di riavere un certo grado di controllo sulla produzione, data la crisi di governo. Dopo la morte di Mao nel 1976, Deng Xiaoping affrontò la crisi introducendo il "sistema di responsabilità contrattuale delle famiglie". A ciascuna famiglia veniva dato un pezzo di terra per uso agricolo, insieme al diritto di vendere ciò che rimaneva dopo che una porzione fissa della produzione era ceduta al governo ad un prezzo stabilito dallo stato. Questo portò ad un certo benessere dei contadini che a sua volta, come successe a Taiwan, stimolò la produzione industriale in modo da soddisfare la domanda rurale. Ma, come a Taiwan, questa età dell'oro degli agricoltori finì, e la causa fu identica: l'adozione di uno sviluppo industriale centrato nelle città e orientato all'esportazione. L'accumulazione primitiva del capitale per l'industria prese la forma di requisizione di plusvalore dei coltivatori attraverso una pesante tassazione. Attualmente, il governo cinese, a vari livelli, impone un totale di 269 diverse tasse sui contadini, oltre ad imposte amministrative spesso arbitrarie. Non stupisce quindi che, in alcuni posti, le tasse si portino via fino al 15% del reddito dei contadini, tre volte il limite ufficiale nazionale del 5%. Non stupisce neppure che, mentre l'economia è cresciuta con tassi dell'8-10% all'anno, il reddito contadino sia rimasto bloccato, così che gli abitanti delle città ora hanno, in media, un reddito pari a sei volte quello dei contadini. E' proprio vera l'osservazione di Chen Guidi e Wu Chuntao, sostenitori dell'economia rurale, secondo cui l'economia industriale urbana è stata costruita "sulle spalle dei contadini". L'uragano del libero commercio Il sovvenzionamento forzato dell'industrializzazione è stato davvero pesante per i contadini. Ma almeno le politiche commerciali del tempo contribuivano a mitigare i sacrifici vietando le importazioni dei beni agricoli che costavano meno delle merci locali. Praticamente tutti i paesi asiatici dotati di un settore agricolo avevano uno stretto controllo delle importazioni tramite quote e tariffe alte. Tuttavia questo schermo protettivo è stato gravemente intaccato quando questi paesi hanno firmato l'Accordo sull'Agricoltura (AoA) e hanno cominciato ad unirsi all'Organizzazione Mondiale per il Commercio (WTO), a partire dal 1995. L'AoA forzava l'apertura del mercati bandendo le quote, convertite in tariffe, e pretendeva dai governi che importassero un volume minimo di ciascun prodotto agricolo ad una tariffa bassa. Contemporaneamente, con il pretesto di controllare il pesante sovvenzionamento dell'agricoltura nei paesi sviluppati, l'AoA istituzionalizzava nell'emisfero nord i vari canali che permettevano i sovvenzionamenti, come i sussidi all'esportazione e il pagamento diretto in contanti degli indennizzi. Di conseguenza, nei paesi sviluppati il livello di sussidi all'agricoltura in realtà è aumentato nei primi dieci anni di vita del WTO. L'ammontare totale dei sussidi agricoli forniti dai governi membri dell'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico è cresciuto da 182 miliardi di dollari nel 1995 a 280 nel 1997, 315 nel 2001, 318 nel 2002, e quasi 300 nel 2005. Gli Stati uniti e l'Unione europea spendevano 9-10 miliardi di dollari in più per i sussidi nei primi anni dopo il 2000, di quanto facessero 10 anni prima. Per 100$ di esportazione agricola dagli Stati uniti, si avevano 20-30$ di sussidi governativi. Nel caso dell'Unione europea, la cifra era di 40-50$. Mentre i piccoli proprietari privi di sussidi nei paesi in via di sviluppo dovevano sopravvivere con meno di 400$ all'anno, i contadini americani ed europei ricevevano rispettivamente, in media 21000$ e 16000$ all'anno in sussidi. Mentre i massicci sovvenzionamenti americani ed europei creavano una distorsione globale dei prezzi verso il basso, l'agricoltura dei paesi in via di sviluppo diventava "non competitiva" nelle condizioni di libero commercio imposte d'autorità dal WTO. Come sottolinea la FAO, l'istantaneo aumento di importazioni che ha seguito l'adozione dell'AoA in diversi paesi in via di sviluppo ha portato a "conseguenti difficoltà" per le "industrie in competizione con l'importazione". Continua il rapporto: "Senza un'adeguata protezione dei mercati, accompagnata da programmi di sviluppo, una gran quantità di prodotti locali erano destinati ad essere sostituiti, o comunque ad essere decisamente messi a repentaglio, portando ad una trasformazione della dieta locale e ad una sempre maggiore dipendenza dai cibi importati". Questo passaggio storico alla dipendenza dal cibo importato è stato accompagnato, come è logico, dal trasferimento forzato di milioni di contadini. Già da prima che entrasse in vigore l'AoA, la Banca Mondiale prevedeva che il nuovo regime avrebbe avuto effetti negativi sui contadini indonesiani. Infatti a partire dal 1995, i coltivatori di riso e di altri prodotti di base sono stati emarginati. Nel frattempo, la pressione della competizione indotta dalla liberalizzazione del mercato aveva portato all'espansione delle piantagioni commerciali a spese dei piccoli proprietari. Nelle Filippine un enorme numero di coltivatori di cereali e ortaggi e di allevatori di polli e bestiame sono stati portati alla bancarotta. A Mindanao, dove il grano costituisce il raccolto più importante, molti coltivatori sono stati rovinati. Come ha riportato l'analista Aileen Kwa, "non è insolito qui vedere contadini che lasciano che il grano marcisca nei campi perché il prezzo locale del grano è sceso a livelli a cui non possono competere." Con la stagnazione della produzione, la terra destinata alla coltivazione di grano nel paese si è drasticamente ridotta da 3.149.300 ettari nel 1995 a 2.150.300 ettari nel 2000. In Cina, decine di migliaia di contadini, compresi i coltivatori di soia e di cotone, sono stati emarginati con l'ingresso della Cina nel WTO. Infatti, per mantenere e aumentare l'accesso dei propri manufatti nei paesi sviluppati, il governo ha scelto di sacrificare i contadini. Secondo l'Istituto di Economia Internazionale: "Il difficile compito di gestire il settore agricolo si è inasprito con gli impegni della Cina verso il WTO, molto più pesanti rispetto ad altri paesi in via di sviluppo, e persino rispetto ai paesi ad alto reddito. Il governo cinese ha acconsentito a ridurre le tariffe e ad istituire altre politiche tese ad accrescere significativamente l'accesso ai mercati; ha accettato pesanti limitazioni sull'utilizzo di sussidi all'agricoltura e si è impegnata ad eliminare tutti i sussidi all'esportazione agricola. Questi impegni sono molto più onerosi di quelli presi da altri partecipanti ai negoziati in Uruguay che portarono alla creazione del WTO". Nello Sri Lanka, migliaia di piccoli coltivatori hanno organizzato manifestazioni di protesta contro l'importazione di polli e uova, sostenendo di essere stati esclusi dal commercio. La FAO ha sottoscritto la protesta, osservando che l'aumento improvviso delle importazioni dei principali prodotti alimentari come peperoncini, cipolle e patate ha reso la produzione locale "precaria, come si vede anche dal calo significativo delle zone di produzione". In India, la liberalizzazione delle tariffe, precedente gli impegni verso il WTO, si è tramutata in una profonda crisi delle campagne. L'economista indiano Utsa Patnaik ha descritto questa catastrofe come "un collasso della sussistenza e dei redditi rurali" dovuto al crollo verticale dei prezzi dei prodotti agricoli. Contemporaneamente si è verificato un rapido declino nel consumo di cereali: nel 2003 una famiglia indiana media di quattro persone ne consumava 76 kg in meno rispetto al 1998, e 88 kg in meno rispetto a dieci anni prima. Lo stato di Andra Padresh, che è diventato proverbiale per il dissesto agricolo dovuto all'introduzione del libero commercio, ha visto un tragico aumento dei suicidi di contadini, da 233 nel 1998 a oltre 2600 nel 2002. Secondo le stime, in India si sono suicidati circa 100.000 contadini in seguito al crollo dei prezzi dovuto alle sempre maggiori importazioni. Governi sotto pressione La resistenza a questo nuovo regime tanto ostile agli interessi dei piccoli agricoltori è arrivata da diversi settori. A livello internazionale, il regime di libero commercio e le altre politiche anti agricole hanno portato alla formazione di due blocchi tra i paesi in via di sviluppo: il gruppo dei 20 e il gruppo dei 33. I G-20 hanno ammonito i paesi sviluppati che, a meno di ridurre in modo significativo l'iniquo sostegno alle agricolture nazionali, non avrebbero più concesso facilitazioni per l'accesso ai mercati. I G-33 hanno richiesto esenzioni dalla liberalizzazione delle tariffe di determinati prodotti considerati vitali per la produzione e per l'impiego agricolo (prodotti speciali o SP). Hanno anche preteso il diritto di alzare le tariffe e di fare ricorso ad altre misure - speciali meccanismi di salvaguardia (SSM) - per proteggere i prodotti locali dagli aumenti improvvisi di importazioni agricole. Quando gli Stati uniti e l'Unione europea hanno rifiutato di scendere a compromessi su questi temi, il quinto vertice ministeriale del WTO a Cancun, nel 2003, è fallito. La dichiarazione ministeriale del Sesto vertice del WTO ad Hong Kong nel dicembre 2005 ha riconosciuto ai paesi in via di sviluppo il diritto di scegliere degli SP e di istituire degli SSM. Tuttavia gli Stati uniti hanno fatto marcia indietro relativamente a questo impegno, e si sono rifiutati di ridurre significativamente i sussidi interni; questo ha portato al fallimenti del tavolo dei negoziati di Doha nel 2006. I paesi in via di sviluppo non potevano permettersi di provocare ulteriore malcontento nella popolazione contadina con una maggiore apertura dei mercati, in cambio di riduzioni formali dei massicci sussidi agricoli europei e statunitensi. Le posizioni assunte da alcuni paesi in via di sviluppo in questi forum multilaterali hanno origine nel forte malcontento delle campagne. Nel 2004, per esempio, una protesta rurale contro il dissesto agrario ha portato ad una sconfitta inattesa della coalizione di governo guidata dal BJP, che aveva condotto la propria campagna sull'immagine di un "India splendente". La rivolta elettorale rurale indiana è stata parte di un fenomeno globale in cui i governi sono stati avvertiti del fatto che le campagne non sono più disposte ad accettare politiche che sacrifichino gli interessi dei contadini. In Asia, le proteste in forma di occupazioni di terre, scioperi della fame, manifestazioni violente, suicidi simbolici, hanno reso le traversie rurali un tema scottante. In Cina, quelli che il Ministro della Pubblica Sicurezza chiama "eventi di massa" - vale a dire, azioni di protesta - sono aumentati da 8700 nel 1993 a 87000 nel 2005, per lo più nelle zone rurali. Inoltre, le dimensioni di questi eventi stanno mediamente crescendo, da 10 persone o meno nella metà degli anni '90, a 52 persone per evento nel 2004. Non stupisce che gli attuali gruppi di governo vedano le zone rurali come una polveriera che occorre disinnescare. Un'internazionale dei contadini? Il suicidio del contadino coreano Lee Kyung Hae sulle barricate di Cancun nel Settembre 2003 è stato un momento cruciale nell'evoluzione, a livello globale, della resistenza dei contadini. Commesso sotto un cartello con la scritta "WTO Kills Farmers" [il WTO uccide i contadini], il suicidio di Lee aveva lo scopo di attirare l'attenzione internazionale sul numero di suicidi di contadini nei paesi soggetti al regime di libero commercio. Ci è riuscito fin troppo bene. L'evento ha traumatizzato i delegati del WTO, che hanno osservato un minuto di silenzio alla memoria di Lee. Aggiungendosi a quella che era già un atmosfera tesa, l'atto di lee è stato certamente un fattore cruciale per il guastarsi dei negoziati. Ne Dicembre 2005, appellandosi al sacrificio di Lee, centinaia di contadini coreani hanno cercato di sfondare gli sbarramenti della polizia per prendere d'assalto il centro congressi di Hong Kong. Circa 900 manifestanti sono stati arrestati, per la maggior parte contadini coreani. Sia Lee che i contadini coreani che hanno protestato a Hong Kong facevano parte di Via Campesina, una federazione internazionale di contadini costituitasi nella metà degli anni '90. Dalla sua fondazione, Via Campesina - la via dei contadini - è nota come una delle organizzazioni militanti più ostili al WTO e agli accordi bilaterali e multilaterali di libero commercio. Anche se ci sono altre reti internazionali di contadini, Via Campesina si distingue per le sue posizioni secondo cui i piccoli agricoltori, oltre a combattere per sopravvivere nell'attuale sistema globale di agricoltura industriale dominata dalle multinazionali, dovrebbero guidare un processo di trasformazione o sostituzione dell'attuale sistema. Commentando le posizioni di Jose Bovè, il famoso attivista francese che ha smantellato un MacDonald nella sua città di Millau, in Francia, e di altri portavoce di Via Campesina, un giornale progressista ha descritto lo scopo dell'organizzazione come la creazione di un'Internazionale dei contadini, nello stesso senso in cui i gruppi comunisti e social democratici cercarono di fondare L'Internazionale Comunista e Socialista per unire i lavoratori nel ventesimo secolo. Il principale slogan di Via Campesina, il cui centro organizzativo è in Indonesia, è "Fuori il WTO dall'agricoltura", e il suo programma alternativo consiste nella sovranità alimentare. Sovranità alimentare significa per prima cosa adozione immediata di politiche che favoriscano i piccoli produttori. Tra queste, secondo il contadino indonesiano Henry Saragih, leader di Via Campesina, e Ahmad Ya'kub, analista politico della federazione delle organizzazioni contadine indonesiane (FSPI), vi sono "la protezione dei mercati interni dalle importazioni a basso prezzo, prezzi vantaggiosi per i contadini e i pescatori, l'abolizione di tutti i sussidi diretti e indiretti all'esportazione, il ritiro graduale dei sussidi locali che promuovono un agricoltura non sostenibile." Il programma di Via Campesina, tuttavia, va oltre l'adozione di politiche commerciali a favore dei piccoli proprietari. Chiede anche la fine del regime dei TRIPS, gli accordi sui diritti di proprietà intellettuale legati al commercio, che permettono alle multinazionali di brevettare i semi delle piante, appropriandosi per i propri profitti privati di ciò che si è evoluto nei secoli tramite l'interazione creativa del mondo naturale con le comunità umane. I semi e tutte le altre risorse genetiche delle piante dovrebbero essere considerate parte di un'eredità comune a tutta l'umanità, sostiene il gruppo, e non essere soggetti a privatizzazione. La riforma agraria, a lungo evitata dall'élite dei proprietari terrieri in paesi come le Filippine, è un elemento centrale della piattaforma di Via Campesina, e lo è anche un'agricoltura biologica o biodinamica sostenibile e attenta all'ecologia, praticata da piccoli produttori agricoli. L'organizzazione ha preso le distanze sia dalla Prima Rivoluzione Verde basata su un'agricoltura ad ampio utilizzo di prodotti chimici, sia dalla Seconda Rivoluzione Verde, legata all'ingegneria genetica (GE). I disastrosi effetti collaterali sull'ambiente della prima sono ben noti, dice Via Campesina, il che significa che, a maggior ragione, è necessario applicare rigorosi principi precauzionali con la seconda, per evitare ricadute negative sull'ambiente e sulla salute. L'opposizione ad un'agricoltura basata sull'ingegneria genetica ha creato un forte legame tra contadini e consumatori incolleriti con le multinazionali per aver immesso sul mercato prodotti geneticamente modificati senza un'appropriata etichettatura, negando quindi la possibilità di scelta del consumatore. Nell'Unione europea, una solida alleanza tra contadini, consumatori e ambientalisti ha prevenuto l'importazione di prodotti geneticamente modificati dagli Stati uniti per diversi anni. Anche se l'Unione europea ha cautamente permesso delle modeste importazioni di prodotti geneticamente modificati a partire dal 2004, il 54% dei consumatori europei continua a pensare che i cibi OGM siano "pericolosi". L'opposizione ad altri processi dannosi per il cibo, come l'irraggiamento, ha contribuito inoltre a rafforzare il legame tra contadini e consumatori, tra cui è ormai opinione diffusa che la salute pubblica e l'impatto ambientale dovrebbero essere più importanti dei prezzi nel guidare le scelte di consumo. Sempre più persone stanno cominciando a capire che la produzione locale e le tradizioni gastronomiche sono intimamente connesse, e che questa relazione è minacciata dal controllo delle multinazionali sulla produzione, il trattamento, la vendita e il consumo di cibo. Questa è la ragione per cui le motivazioni addotte da Jose Bovè per lo smantellamento del MacDonald hanno trovato ampia eco in Asia: "Quando abbiamo detto che avremmo protestato smantellando i MacDonald in costruzione nella nostra città, tutti hanno capito perché - il simbolismo era molto forte. Era una battaglia per il buon cibo contro il "malouffe" [il cibo spazzatura], per i lavoratori agricoli contro le multinazionali. L'estrema destra e altri nazionalisti hanno cercato di dimostrare che questo fosse anti-americanismo, ma la stragrande maggioranza delle gente sapeva che non era vero. Era una protesta contro una forma di produzione che vuole dominare il mondo." Molti economisti, tecnocrati, politicanti e intellettuali di città hanno visto per lungo tempo nei contadini una classe spacciata. Un tempo considerati oggetti passivi manipolati dalle élite, ora stanno resistendo ai paradigmi capitalisti, socialisti e sviluppisti che dovevano portarli alla rovina. Sono diventati ciò che Karl Marx ha descritto come una "classe per sè", che ha acquisito coscienza politica. E mentre i contadini "non se vanno docili in quella buona notte", per prendere in prestito un verso da Dylan Thomas, gli sviluppi del ventunesimo secolo ci mostrano che i tradizionali modelli a favore dello sviluppo sono profondamente imperfetti. Le sempre maggiori proteste di gruppi di contadini come Via Campesina non sono un ritorno al passato. Con il moltiplicarsi delle crisi ambientali e l'accumularsi delle disfunzioni sociali della vita industriale urbana, il movimento contadino ha rilevanza non solo per gli stessi agricoltori, ma anche per chiunque sia minacciato dalle catastrofiche conseguenze degli obsoleti paradigmi modernisti con cui sono organizzate la produzione, le comunità, la vita.
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