Documento originale   An interview with Tariq Ali

Traduzione di Arif

 

 

Luglio 2007
Z Magazine

Jihad: la loro e la nostra
Un colloquio con Tariq Ali, seconda parte.

Tariq Ali e David Barsamian


 

 


Io vedo che i giornalisti statunitensi, Seymour Hersh ed altri, stanno dicendo che questo è il governo più brutale e stupido che abbiano mai visto. Posso capire la loro rabbia, ma storicamente questo non è vero. Ci sono stati dei governi negli Stati Uniti che erano ancora più brutali.



Tariq Ali, uno scrittore noto in tutto il mondo, è nato a Lahore nel 1943. All'epoca questa regione faceva parte dell'India, governata dalla Gran Bretagna, ora è in Pakistan. Da tanti anni Ali risiede a Londra ed è uno dei redattori della New Left Review. Ha scritto più di una dozzina di libri sulla storia mondiale e sulla politica. Nel tempo libero è regista, drammaturgo e romanziere. E' autore di Lo scontro dei fondamentalismi, Bush in Babilonia e Impero e resistenza con David Barsamian. Il suo libro più recente è Pirati dei Caraibi.

BARSAMIAN: Qual è la tua valutazione dell'opposizione alle forze di occupazione in Afghanistan? I Talebani ora comprendono tanti gruppi diversi.

ALI: Non ne vedo emergere nulla di positivo. Io penso che bisogna essere molto avveduti e realisti; in Afghanistan, non ci sono delle forze democratiche laiche. Fondamentalmente abbiamo dei raggruppamenti etnici rivali. L'Afghanistan è sempre stata una confederazione tribale governata da un re per conto di tutte le tribù. E' rimasto più o meno quello. Tranne per il fatto che un re al comando non c'è. Il fatto è che una condivisione del potere dovrà esserci. Altrimenti, dei piccoli pezzi si staccheranno dall'Afghanistan. Come Herat, nell'Afghanistan occidentale.

Ho la sensazione che la Nato ha creato una situazione in cui tutti questi gruppi stanno diventando popolari di nuovo in quanto sono gli unici che stanno resistendo. E se le forze democratiche laiche in Afghanistan, a prescindere da quanto siano piccole, hanno sostenuto la Nato, è stata una cosa stupida. Potevano tenersene lontani e sostenere una posizione indipendente. Ma non l'hanno fatto. Persino molti ex-comunisti hanno sostenuto l'occupazione degli americani e della Nato e ora non hanno più alcuna credibilità nel paese.

Di recente, "Il secondo avvento", il poema di William Butler Yeats, ha ricevuto un po' di attenzione. "Il centro più non tiene", etc. Tuttavia, in "Meditation in Times of Civil War" egli scrive: "Abbiamo nutrito il cuore di fantasie; con quel cibo il cuore si è fatto brutale".

Potrebbe essere la descrizione di tutti gli imperi all'inizio del loro periodo di declino. Io penso che l'Impero americano abbia cominciato il suo periodo di declino. Quando collasserà è una questione aperta, ma sicuramente [il collasso] è iniziato. Lo si può vedere nei disastri che stanno affrontando in Iraq e in Afghanistan. Si poteva pensare - e loro l'hanno pensato - che il potere militare ed economico americano fosse arrivato ad un punto in cui potevano farla franca con qualsiasi cosa. Ma non è così facile. E i loro rivali in economia - i cinesi, i giapponesi, i coreani, questo è il settore più forte, il settore dell'Estremo Oriente - osservano l'Impero americano, che passa da un disastro all'altro, e si domandano quello che sta succedendo alla leadership imperiale.

Io vedo che i giornalisti statunitensi, Seymour Hersh ed altri, stanno dicendo che questo è il governo più brutale e stupido che abbiano mai visto. Posso capire la loro rabbia, ma storicamente questo non è vero. Ci sono stati dei governi negli Stati Uniti che erano ancora più brutali. Dopotutto, la decisione di buttare le bombe nucleari sul Giappone non fu presa dal Partito Repubblicano. Fu la decisione di Truman che portò alla perdita di centinaia di migliaia di vite umane. Io penso che sia sciocco dire che questa particolare amministrazione non stia funzionando proprio come dovrebbe. Tornate indietro agli anni 40 del XIX sec. quando James Polk, presidente, decise di invadere il Messico. Invase il Messico perché si rifiutarono di vendergli la California. E il suo equivalente delle armi di distruzione di massa era: "Abbiamo invaso il Messico perché hanno invaso noi", cosa che tutti sapevano essere falsa. Ma lui vinse e la fece franca perché era la marea crescente dell'Impero.

Dopo la guerra al Vietnam, molta gente disse: "Questo è quanto". Ma dopo la guerra al Vietnam, la Cina diventò l'alleato principale degli Stati Uniti, l'Unione Sovietica si dissolse e oggi il Vietnam è una florida economia capitalista. Non esattamente una sconfitta seria per l'Impero. Quindi sono prudente nel dire quello che dico. Ma io penso che il fallimento in Iraq e in Afghanistan indichi certe debolezze in questo particolare Impero.

Rispetto all'Iraq, Robert Fisk dice che gli Stati Uniti sono veramente in difficoltà perché dovrebbero andare via ma non possono.

Non ha senso dire che non possono. Io penso che possono andare via e che probabilmente dovranno andare via, ma dovranno decidere quello che si lasceranno dietro. Questo è il grosso dibattito. Alcuni, come Peter Galbraith, che criticano Bush, dicono che l'Iraq dovrebbe essere diviso. Questo, secondo me, sarebbe disastroso perché creerebbe una serie di protettorati: l'Iraq settentrionale, l'area curda, che diventerebbe un protettorato israeliano-americano; il triangolo, non solo sunnita perché ci vivono anche tanti sciiti, ma prevalentemente sunniti, che diventerebbe un protettorato saudita; e il resto dell'Iraq diventerebbe una repubblica sciita con una stretta alleanza con l'Iran.

Che questa amministrazione andrà così lontano, o che questo sarà effettuato da un nuovo presidente democratico, rimane da vedere. Ma io penso che questa è la soluzione che preferiranno per cercare di salvare la faccia in patria, perché il semplice ritiro sarebbe un disastro politico.

La dimensione del disastro per gli iracheni è travolgente. Centinaia di migliaia sono stati ammazzati, tanti altri menomati e feriti, due quinti della classe dei professionisti è fuggita dal paese, il numero di profughi sfiora i due milioni, i più in Giordania e in Siria. La crisi dei profughi interni potrebbe essere persino peggio di Darfur. Il sistema di istruzione è collassato - due bambini su tre non vanno a scuola, c'è poca sicurezza. Comunque, stante questo panorama caotico, il governo iracheno è riuscito in qualche modo a mettere insieme in fretta una legge sugli idrocarburi che allocherà le risorse petrolifere del paese.

L'hanno fatto perché il petrolio è la risorsa più importante del paese e il modo in cui viene diviso è la questione centrale. Chi ha il controllo di Kirkuk, ricco di petrolio, al nord del paese, per esempio. I curdi hanno tentato di pulire la città delle etnie turcomanne e arabe ed altre. Non penso che questo funzionerà necessariamente, senza il sostegno degli Stati Uniti, ma questo è certamente quello a cui stanno giocando.

La cosa chiave è che la situazione in Iraq è un disastro umanitario totale. La crisi dei profughi è peggiore di quanto abbiamo visto negli ultimi anni. E' un paese distrutto. Ed è stato distrutto dall'occupazione. Per questo, a qualsiasi sondaggio, la gente risponde: "Stavamo molto meglio sotto Saddam Hussein".

L'occupazione occidentale l'ha distrutto a tal punto che la gente ora guarda all'era precedente con nostalgia. Il che non sorprende affatto visto che dopo la Prima guerra del Golfo, quando la fornitura dell'elettricità e dell'acqua fu interrotta, il regime di Saddam Hussein ci mise due mesi per far funzionare tutto di nuovo. Poi imposero delle sanzioni per cercare di distruggerlo. Ma fondamentalmente non ci fu fame di massa, non ci fu un esodo vasto. Fecero funzionare il paese. Questa gente non ne è stata capace. E questo, penso io, è la prova schiacciante dell'accusa contro l'occupazione.

Zalmay Khalilzad, di origine afghana, era ambasciatore a Kabul, poi a Baghdad, ed ora è stato nominato rappresentante alle Nazioni Unite da Bush. Lui dice che nell'invadere l'Iraq "abbiamo scoperchiato il vaso di Pandora".

Ovviamente lui sa che questo è vero perché vi è stato e lo può vedere con i suoi stessi occhi. Ma trae qualche conclusione da questo? Questa è la domanda importante. Questa è la persona che, quando era consigliere di Bush padre, scrisse un opuscolo in cui fece prima questa domanda: visto che il mondo è ora uniforme e il capitalismo è primario dovunque, è possibile esercitare l'egemonia americana senza l'utilizzo della forza? O dovremo combattere contro altri paesi capitalisti per assicurarci di restare in cima? E lui disse che dovevamo usare la forza. Quindi lui è una delle persone responsabili di questo nuova strategia di sicurezza. Ma il fatto che lui la veda come un disastro dice molto.

Se qualcuno è armato e ha commesso una aggressione, ti aspetteresti che ripeta lo stesso schema [di aggressione]. Sto parlando degli Stati Uniti in Afghanistan e in Iraq. Tuttavia, quando si tratta di Iran, tu pensi che gli Stati Uniti non l'attaccheranno anche se hanno dispiegato una quantità massiccia di forze militari nel Golfo Persico.

Questa è la mia opinione basata su certi fatti inconfutabili. Ci sono due modi in cui lo potrebbero fare. Possono fare un attacco chirurgico sui 150 siti nucleari diversi che esistono in varie parti dell'Iran. Non sono tutti in un unico punto, quindi sarebbe una campagna di bombardamenti pesanti che toccherebbe il paese intero. Questa è l'unica cosa militarmente possibile. Non è possibile invadere l'Iran perché gli Stati Uniti non hanno forze a sufficienza per farlo. Non hanno truppe sufficienti per governare l'Iraq, non parliamo di invadere un altro paese. Quindi militarmente un'invasione da terra è totalmente fuori questione.

Secondo punto. Quale sarà l'effetto di un attacco aereo sull'Iran? L'effetto immediato sarà l'apertura di due nuove fronti. Gli iraniani probabilmente diranno: "Va bene, via i guanti bianchi", e diranno ai loro sostenitori in Iraq: "Bene, prendeteli!". Probabilmente diranno la stessa cosa ai loro sostenitori in Afghanistan. E possibilmente, anche se gli Hezbollah in Libano non sono totalmente sotto il loro comando, diranno: "Aprite un nuovo fronte lì". Quindi c'è una buona probabilità che un qualsiasi attacco sull'Iran destabilizzerebbe completamente grosse parti di quella parte del mondo.

Se io fossi un generale del Pentagono che conduceva la guerra in Iraq, determinato a conservare quante più possibili delle mie truppe, e un politico venisse da me e dicesse: "Ehi, gente, attaccheremo le centrali nucleari in Iran", io direi: "Un secondo, signor Presidente", o signor Vice Presidente, o Segretario di Stato", o quel che sia, "ha una benché minima idea di quanto ci costerebbe sul campo? Non siamo preparati a fare questo". Io penso che probabilmente ci sarebbe una ribellione dietro le quinte se venisse presa questa decisione.

E poi la buona parte degli europei è contraria. I tedeschi sono contrari, i francesi sono contrari e anche i britannici non sono favorevoli, per dirla con moderazione. Quindi ci sarebbe una divisione ancora più grossa di quella avuta sulla guerra all'Iraq. Allo stesso tempo, i russi stanno vendendo abbastanza apertamente tecnologia anti-aerea di ultimo grido agli iraniani. Sono stati accusati di questo. Perché l'ultima cosa che la vecchia Unione Sovietica fece fu sviluppare tecnologia anti-aerea di alta qualità che stavano per dare ai serbi, gli jugoslavi, ma non lo fecero perché volevano un accordo. Invece la stanno vendendo apertamente agli iraniani. Quindi i russi non saranno favorevoli di certo. I cinesi hanno firmato un accordo trentennale con l'Iran per la fornitura di petrolio e di energia. Loro non saranno favorevoli. Quindi questa è un'azione che gli Stati Uniti possono intraprendere se volessero isolarsi totalmente e creare disastri per se stessi.

Io penso che uno degli obiettivi di queste minacce che abbiamo visto è il cambio di regime in Iran senza alcuna invasione del genere, per dire: "Ahmadinejad è una figura che potrebbe portare il vostro paese vicino alla distruzione. Liberatevene!".

Spiegaci la divisione Sunnita/Sciita. Qual'è il problema principale?

La divisione Sunnita/Sciita è un retaggio del Profeta Maometto. E' una disputa politica sulla successione. La gente che ora è sciita dice che il califfo che sostituì Maometto doveva essere Ali, il suo genero, sposo della sua figlia Fatima. Gli altri dicono che il Profeta aveva sempre detto che il suo successore doveva essere scelto dall'Umma, la comunità nella sua totalità. La comunità nella sua totalità si unì ma non scelse Ali, votò per Omar che lo succedette e fu un leader politico e militare molto dotato. Probabilmente fu una decisione giusta. Poi queste rivalità interne, fratricide, produssero delle divisioni e i nipoti di Maometto, i figli di Ali, furono incoraggiati a ribellarsi al califfo legittimo. Lui fece quello che fanno la buona parte dei governatori, e cioè annientò la ribellione. Quella diventò la cosa più grossa - che il nipote del Profeta, Hussein, era stato ammazzato. L'altro non fu ammazzato. Visse ed incontrò una morte normale. Visse in Medina - non fu nemmeno punito - e accettò il califfato. Quindi era essenzialmente una lotta per il potere.

Una volta che si produce una divisione così presto in una confessione, essa si riproduce e si riproduce e si riproduce. Naturalmente hanno i loro costumi, interpretazioni diverse dell'Islam. Alcune sono così esoteriche che è meglio non discuterle davanti ai bambini. Spesso, fino alla rivoluzione di Khomeini, le differenze venivano esagerate. Poi la vittoria della rivoluzione iraniana riavvivò le divisioni, anche se si deve ricordare che la vittoria di Khomeini fu gradita dai musulmani ovunque, dai sunniti e dagli sciiti. Ma l'utilizzo di questa particolare fazione dell'Islam ha fatto innervosire molto i monarchi sauditi e gli Stati del Golfo perché l'80 percento della popolazione del Baharain è sciita. In Arabia Saudita, le zone con il petrolio sono dominate dagli sciiti.

In Pakistan c'è stata una storia di violenza anti-sciita. Le processioni vengono attaccate e si danno fuoco alle moschee.

Questa è una storia molto recente, che iniziò nei tardi anni 80 e 90. Non è mai esistita nel passato. Gli sciiti erano parte della comunità mussulmana. Gli sciiti giunsero delle posizioni molto alte nell'esercito e nel servizio civile. Non c'erano grossi problemi. Questo è uno sviluppo in Pakistan del Salafismo e del Wahhabismo e dell'estremismo religioso, che è talmente settario che considera gli sciiti non mussulmani, dicendo: "Come possono essere dei mussulmani? Credono in questi Imam. L'Islam non lo fa. L'Islam crede in Allah e nel Profeta. Questo è tutto. Nessuno tra di loro". Cosa che, ci piaccia o no, è corretta tecnicamente, se si studia la teologia. Quindi dicono che gli sciiti non sono mussulmani, che sono degli eretici e che dovrebbero essere eliminati.

Le cosiddette teorie sull'11 settembre, 2001, sono persistenti. Di recente, The Guardian ha scritto che "più di un terzo degli americani crede che la versione ufficiale degli eventi non è mai successa o che i funzionari statunitensi sapevano che l'attacco era imminente ma non fecero nulla per fermarlo". Incontri queste idee nei tuoi discorsi?

Le incontro, devo dire, ma più che altro negli Stati Uniti. Faccio un discorso e alla fine c'è tempo per le domande e una voce afflitta dice: "Tariq, credi che l'abbiamo fatto da soli?". Ho argomentato nel mio libro Lo scontro dei fondamentalismi e continuò ad argomentare che no, non era un'azione condotta dagli Stati Uniti, che è un segno di totale alienazione dalla realtà credere che gli Stati Uniti abbiano condotto gli attacchi sulle Torri Gemelle e sul Pentagono. Poi i cospirazionisti dicono: "Ma il Pentagono non è stato veramente colpito", e numerose altre teorie che hanno sviluppato che trovo psicologicamente interessanti ma di nessun valore politico.

Sono interessanti psicologicamente dal punto di vista del perché la gente si innamora di queste teorie. Negli Stati Uniti c'è una sfiducia profonda nel governo, per buone ragioni, perché questo governo - non solo questo governo, ma storicamente molti governi - ha mentito per fare quello che voleva. Ma non credo che alcun governo abbia effettivamente condotto delle azioni di questo tipo contro il proprio paese. Sarebbe folle farlo perché una cosa che riguarda gli Stati Uniti è che è molto difficile tenere le cose totalmente segrete. Se questo fosse successo, prima o poi uscirebbe fuori. E se fosse successo effettivamente, discrediterebbe l'intera struttura del sistema americano e della politica in questo paese.

Io di certo non sostengo queste teorie di cospirazione che dicono che gli Stati Uniti organizzarono questi attacchi. Per quale diavolo di motivo l'avrebbero fatto? Avevano bisogno di una scusa per fare le guerre? Non ne hanno mai avuto bisogno prima. E' bizzarro.

Nel mondo mussulmano è diverso. La prima cosa è l'anti-americanismo cieco, non essere capaci di vedere che gli Stati Uniti non l'hanno fatto. La seconda è un elemento di auto-denigrazione, e cioè che non siamo sufficientemente intelligenti per fare una cosa del genere. Mi ricordo dopo l'11 settembre, mi si avvicinava gente piuttosto intelligente. Medici ed insegnanti della classe media mi fermavano in strada dopo un mio discorso e mi dicevano: "Pensi davvero che eravamo capaci, mentalmente, di farlo?". E io dicevo: "Be', in effetti, il fatto che questo gruppo l'ha fatto dimostra che non erano mentalmente molto forti perché è una cosa stupida. Non ha rafforzato loro o la loro causa, l'ha solo indebolita. Un giorno se ne renderanno conto. Ma sì, tecnicamente sono perfettamente capaci di fare una cosa del genere". Dopo tutto, la gente che li ha addestrati come piloti ha detto che non volevano sapere nulla di come decollare o atterrare, solo come volare in mezzo all'aria. Così, io dicevo: "Loro sapevano quello che stavano facendo. E che certamente qualsiasi idiota lo può fare. Non è una gran cosa".

E poi arriva l'altro argomento. "Ma può una sola persona seduta in qualche grotta nelle montagne afghane ...". Io dissi: "Non ha nulla a che fare con quello. Questa è gente della classe media, addestrata, abile. Non sono contadini quelli che l'hanno effettuato. Sono laureati, istruiti in scienze e in medicina, in ingegneria. E' una sorta di atto politico che hanno condotto. Sono in torto, ma l'hanno fatto. Non c'è da discutere su questo".

"Perché non siete preoccupati per quello che succede in Iraq? Perché non mantenete costantemente una barricata di propaganda nelle strade contro quella guerra e contro gli assassinii lì, invece di spendere tanto tempo e tanta energia su queste teorie di cospirazione?". Questa è una domanda che si dovrebbero fare. Anche se avessero ragione, dovrebbero essere contro la guerra in Iraq.

Pensi che ci sia un fattore razzista in tutto questo - 3000 americani sono stati ammazzati l'11 settembre?

Sì, erano americani. Ma erano anche indiani, pakistani, e tanti altri da diversi paesi che lavoravano nelle Torri Gemelle. Ma naturalmente, nell'Impero, quando muore un americano vuole dire molto di più che in qualsiasi altro posto. Ne Lo scontro dei fondamentalismi ho raccontato la storia di un tassista, con il Suv decorato a stelle e strisce. Quando gli chiesi nell'ottobre di quell'anno perché mai era decorato con stelle e di strisce e che cosa ne pensava di tutto quanto, quando si accorse che non ero americano disse che era contento che fosse successo. Lui era dell'America Centrale e talmente tanta della sua gente era stata ammazzata da governi pro-americani che loro sanno come ci si sente. Cercai a dirgli: "Ma questo non porterà da nessuna parte". Lui disse: "Sì, lo so, ma sono contento lo stesso". L'America Latina è il posto dove ha ricevuto il consenso maggiore. Il mondo mussulmano era in uno stato di shock perché sapevano cosa c'era da aspettarsi.

La questione del genocidio armeno si trascina avanti da oltre 90 anni, da quando è accaduto in Turchia nel 1915. Il 19 gennaio, 2007, Hrant Dink, un giornalista noto e indipendente, fu assassinato ad Istanbul. Orham Pamuk, il vincitore del Premio Nobel in Turchia, è stato minacciato perché ha parlato del genocidio armeno. Un altro scrittore ed accademico, Elif Shafak, pure è stato minacciato.

Penso che ci siano due o tre fattori correlati qui. Uno è che lo stato nazionale creato da Kemal Ataturk - o la gente ancora prima di lui, i Giovani Turchi sotto cui il genocidio degli armeni fu condotto - suppose che l'unico modo in cui uno stato nazionale poteva essere creato in Turchia e sopravvivervi era attraverso l'eliminazione di tutte le forze estranee. E gli armeni erano una comunità grossa, vecchia e stabilita, specialmente nella parte orientale della Turchia. Ma, naturalmente, ci fu un'implosione, perché il fatto che la Turchia diventò uno stato prevalentemente mussulmano dopo l'espulsione dei greci, il genocidio degli armeni, ecc., non la salvò. La lotta dei curdi per l'autonomia voleva dire che il problema non sarebbe sparito.

Ora che si guarda indietro, è ironico che lo fecero. Quando ero in Turchia orientale, dissi: "Certo, i vostri avi eliminarono gli armeni, che fu una tragedia grossa, perché se gli armeni fossero ancora parte della Turchia orientale, come avreste potuto parlare del Kurdistan visto che loro erano la maggioranza?". Certo, in Diyarbakir lo erano - i non-curdi erano la maggioranza. "Quindi, sareste stati costretti a vivere insieme e non diventare dei nazionalisti miopi". E, naturalmente, non c'è risposta a questo. Ci sono tutti i tipi di contraddizioni in come e perché succedette. Ma era la logica letale dell'ultranazionalismo. Funziona così in buona parte del mondo quando la gente prende questa strada.

Perché non lo ammettono? Uno, perché per un tempo molto molto lungo sono stati ultradifensivi. Penso che ora gli eventi siano così lontani nel tempo che una parte dell'élite e della classe politica turca probabilmente lo ammetterebbe. Una volta chiesi ad un funzionario del servizio civile turco: "Perché non lo ammettete e chiedete scusa? Non l'avete fatto voi". Ma dite: "Quelli che lo fecero, è stato reprensibile, inaccettabile, chiediamo scusa, diamo il benvenuto agli armeni che possano tornare a vedere i loro villaggi, ecc.". Fu molto schietto. Mi disse: "Non possiamo permetterci di pagarli. Se accetti l'uso della parola 'genocidio', allora - grazie agli accordi di riparazione dei tedeschi nei confronti degli israeliani per quanto riguardo l'Olocausto - noi porteremo il peso per sempre. Non abbiamo proprio i soldi per questo. Non sottostimare quello che ti dico". Allora io dissi: "E se vi riferiste a questa cosa dicendo: 'Il massacro organizzato degli armeni per mano di irregolari curdi è stata una tragedia. Ne chiediamo scusa'?". Lui disse: "Se le parole fossero queste, molta gente in Turchia le accetterebbe".

La ragione di quel massacro era sloggiare una popolazione. Non era per sostenere che fossero inferiori, vedi? Non era sulla base di razza ma di etnia. Non dissero che gli armeni erano inferiori a loro perché sposavano tante donne. Quello andava bene. Ma i massacri ebbero luogo per motivi di nazionalismo e per la proprietà. I curdi erano molto più poveri. Erano tra le sezioni più povere della comunità. Molti curdi diventarono ricchi sulle proprietà armene, terre che essi avevano rubate. Yasar Kemal, il grande scrittore turco, ha scritto in diversi romanzi di quello che fu fatto agli armeni dai militanti curdi. Quindi è qualcosa che è accettata e questo è quello che bisogna fare. Ma io sostengo che i turchi dovrebbero dire pubblicamente: "I massacri ci sono stati". Se non vogliono usare la parola 'genocidio', facciano solo questa dichiarazione e poi vediamo che succede.

Ti stai ora occupando di un argomento che chiami l'industria dei diritti umani. Di che si tratta?

E' lo sfruttamento dei diritti umani. Ovviamente siamo tutti favorevoli ai diritti delle persone. Tutti i diritti sono diritti giuridici. Devono essere conquistati. Ma dalla fine del comunismo un'industria è nata che sfrutta il concetto dei diritti umani - interventi umanitari, militarismo umanitario - essenzialmente come la nuova ideologia del mondo post-comunista e per venire incontro alle esigenze dell'Impero statunitense. Si è sviluppata e ingigantita.

Se vai nelle università statunitensi, vi sono dei dipartimenti di diritti umani. Non ce n'erano prima. Allora ti devi domandare: perché questi si sono sviluppati in questo periodo della storia americana? Perché Harvard non ha istituito un centro per i diritti umani nel diciannovesimo secolo quando la memoria degli Indiani che erano stati eliminati era ancora fresca nelle menti americane? Perché ora?

Io la chiamo l'industria dei diritti umani come fa Norman Finkelstein, i cui genitori erano ad Auschwitz, e che ha scritto un libro intitolato L'Industria dell'Olocausto che è l'uso che viene fatto dell'Olocausto per giustificare A, B e C. Quello, secondo me, è qualcosa che sta succedendo con l'industria dei diritti umani oggi, sia a livello ideologico, sia nel proliferare delle organizzazioni non-governative in tutto il mondo.

Queste sono organizzazioni, cui mi riferisco come Ogo - Organizzazioni governative dell'Occidente - impiantate in diverse parti del mondo, con i soldi delle fondazioni e dei governi dell'Occidente, e che hanno acquisito una grossa fetta dell'intellighenzia in molti paesi e che mi ricorda delle attività del Congresso per la Libertà Culturale durante la Guerra Fredda, i soldi che la CIA riversò per creare dei magazzini, etc. Questo è una cosa che bisogna discutere semplicemente per fornire un modo alternativo di vederlo. Perché la gente dice: "Come puoi opporti ai diritti umani?". Non ci opponiamo. Ci opponiamo all'utilizzo che se ne sta facendo e ai grotteschi criteri di giudizio asimmetrici che sono impiegati in questa situazione.

(La prima parte di questa intervista può essere letta qui.

 

Documento originale An interview with Tariq Ali
Traduzione di Arif

David Barsamian è fondatore e direttore di Alternative Radio a Boulder, Colorado. E' un produttore radio, giornalista e insegnante universitario. I suo articoli e interviste sono pubblicati regolarmente nelle riviste "Progressive" e "Z Magazine". I suoi libri recenti sono "Imperial Ambitions [America: il nuovo tiranno]" con Noam Chomsky, "Speaking of Empire & Resistance [Impero e Resistenza]" con Tariq Ali, "Original Zinn" con Howard Zinn e "Targeting Iran".