Documento originale   I lost my son to a war I oppose. We were both doing our duty.

Traduzione di CV

 

 

3 Giugno 2007
Washington Post

Ho perso mio figlio in una guerra a cui mi oppongo
Entrambi abbiamo fatto il nostro dovere

Andrew J. Bacevich


 

 


Quando mio figlio è stato ucciso in Iraq all’inizio di questo mese all’età di 27 anni, mi sono ritrovato a riflette sulle mie responsabilità per la sua morte. [...] Non ho mai pensato che il mio sforzo personale potesse cambiare qualcosa. Ma ho nutrito la speranza [...] Adesso mi rendo conto che è stata un’illusione.



I genitori che perdono i loro figli, sia per incidenti che per malattia, si chiedono inevitabilmente che cosa avrebbero potuto fare per impedire questa perdita. Quando mio figlio è stato ucciso in Iraq all’inizio di questo mese all’età di 27 anni, mi sono ritrovato a riflette sulle mie responsabilità per la sua morte.

Fra le centinaia di messaggi che mia moglie ed io abbiamo ricevuto, due conducono direttamente a questa domanda. Entrambi mi ritengono personalmente colpevole, sostenendo che la mia opposizione pubblica alla guerra ha aiutato e incoraggiato il nemico. Entrambi i messaggi dicono che la morte di mio figlio è una diretta conseguenza di quello che ho scritto contro la guerra.

Questa può sembrare un’accusa disgustosa nei confronti di un padre addolorato. Ma in effetti è diventata un elemento importante del discorso politico americano, ripetuto incessantemente da coloro che sono desiderosi di dare carta bianca al presidente Bush nel condurre questa guerra. Incoraggiando i “terroristi” chi si oppone alla guerra in Iraq fa aumentare il rischio per i soldati americani. Sebbene il Primo Emendamento protegga gli oppositori alla guerra dall’accusa di tradimento, non fornisce alcuna protezione per le accuse, la cui gravità è di poco inferiore, di non dare supporto all’esercito – attualmente l’equivalente civile della negligenza nel proprio dovere. Qual è esattamente il dovere di un padre quando suo figlio viene portato su un sentiero pericoloso?

Fra le varie risposte possibili, la mia è stata questa: mentre mio figlio stava facendo del suo meglio per essere un buon soldato, io mi sforzavo di essere un buon cittadino.

Come cittadino ho cercato dall’11 Settembre 2001 di favorire una comprensione critica della politica estera americana. So che persino adesso, gente di buona volontà trova ammirevole la risposta di Bush a quei giorni terribili. Apprezzano la sua dottrina della guerra preventiva. Approvano la sua crociata di portare la democrazia nel mondo musulmano e di eliminare la dittatura dalla faccia della terra. Sostengono fermamente non solo che la sua decisione di invadere l’Iraq nel 2003 sia stata corretta ma che quella guerra può ancora essere vinta. Alcuni – i membri della scuola di pensiero dell’ ”aumento delle truppe sta dando i suoi frutti” – dichiara addirittura di scorgere all’orizzonte la vittoria.

Credo che queste idee siano terribilmente sbagliate e destinate a fallire. L’ho ripetuto anche nei libri, negli articoli e nei discorsi davanti ad un pubblico piccolo e grande. “Una guerra lunga è una guerra invincibile” ho scritto nelle pagine del Washington Post nell’agosto 2005. “Gli Stati Uniti devono andarsene dall’Iraq, affidando agli iracheni la responsabilità di decidere il proprio destino e di creare lo spazio ad altri poteri nella regione per aiutarli ad accordarsi sull’assetto politico. Noi abbiamo fatto tutto quello che possiamo.”

Non ho mai pensato che il mio sforzo personale potesse cambiare qualcosa. Ma ho nutrito la speranza che la mia voce insieme a quella di altri – insegnanti, scrittori, attivisti e gente comune – spiegasse alla gente l’assurdità della rotta su cui la nazione si è imbarcata. Ho sperato che quegli sforzi potessero produrre un clima politico favorevole al cambiamento. Ho sinceramente creduto che se la gente avesse parlato, i nostri leaders a Washington avrebbero ascoltato e dato una risposta. Adesso mi rendo conto che è stata un’illusione.

La gente ha parlato ma non è stato fatto alcun cambiamento sostanziale. Le elezioni di medio termine di novembre hanno espresso un inequivocabile rifiuto delle politiche che ci hanno portato nell’attuale situazione di difficoltà. Ma dopo sei mesi la guerra continua e non c’è alcun segno all’orizzonte di una fine prossima. Di fatto, inviando altri soldati in Iraq (e prolungando la permanenza di quelli che, come mio figlio, si trovavano già là) Bush ha manifestato la sua totale indifferenza per quella che in passato è stata definita “la volontà del popolo”.

A dire il vero, la responsabilità del perdurare della guerra adesso è da attribuire non meno ai democratici che controllano il Congresso che al presidente e al suo partito. Dopo la morte di mio figlio, i senatori del mio stato, Edward M.Kennedy e John F.Kerry mi hanno telefonato per porgermi le loro condoglianze. Stephen F. Lynch, il nostro membro del Congresso, ha partecipato alla veglia funebre di mio figlio. Kerry ha partecipato alla messa funebre. La mia famiglia ed io abbiamo apprezzato molto questi gesti. Ma quando ho suggerito ad ognuno di loro la necessità di metter fine alla guerra, ho ricevuto un rifiuto. Più esattamente, dopo aver fatto finta di ascoltarmi per un po’, tutti mi hanno dato una spiegazione contorta che diceva essenzialmente: non è colpa mia.

Chi ascoltano Kennedy, Kerry e Lynch? Conosciamo la risposta: le stesse persone che ascoltano Gerge W.Bush e Karl Rove – cioè persone e istituzioni ricche. Il denaro compra porte e influenza. Il denaro ingrasserà il processo che ci darà un nuovo presidente nel 2008. Parlando dell’Iraq, il denaro fa sì che gli interessi dei grandi affari, dei grandi petrolieri, degli evangelici bellicosi e degli alleati del Medio Oriente siano soddisfatti. In confronto a questi, la vita dei soldati americani rappresenta un elemento secondario.

I predicatori del Memorial Day diranno che la vita dei nostri soldati non ha prezzo. Non credeteci. So qual è il valore che il governo americano dà alla vita di un soldato: mi hanno dato un assegno. E’ a occhio e croce quello che gli Yankees pagheranno a Roger Clemens per ogni inning quando inizierà a giocare il mese prossimo.

Il denaro mantiene il duopolio Repubblicano/Democratico di politica senza valore. Limita il dibattito sulla politica americana in canali ben definiti. Conserva intatti i clichés del 1933-45 sull’isolazionismo, l’appacificamento e l’appello della nazione “alla leadership globale”. Questo impedisce ogni serio resoconto di quanto ci costa esattamente la nostra disavventura in Iraq. Ignora completamente la domanda su chi sia veramente a pagare. Rinnega la democrazia, trasformando il diritto di esprimere liberamente le proprie opinioni in poco più di un mezzo per prender nota del dissenso.

Non si tratta di qualche grande complotto. E’ il modo in cui funziona il nostro sistema. Entrando nell’esercito, mio figlio stava seguendo le orme di suo padre: prima che nascesse avevo prestato servizio in Vietnam. Come ufficiali dell’esercito abbiamo diviso un’ironica affinità di sorte, entrambi abbiamo mostrato l’abilità speciale di scegliere la guerra sbagliata nel momento sbagliato. Ma lui è stato il soldato migliore – coraggioso, leale e risoluto.

So che mio figlio ha fatto del suo meglio per servire il nostro paese. Nella mia opposizione a una guerra profondamente deviata, pensavo di fare la stessa cosa. In realtà mentre lui stava dando tutto, io non facevo niente. In questo senso ho mancato verso di lui.

 

Documento originale I lost my son to a war I oppose. We were both doing our duty.
Traduzione di CV

Andrei J. Bacevich insegna storia e relazioni internazionali all’Università di Boston. Suo figlio è morto il 13 maggio per un attentato suicida nella provincia di Salah al-Din